Il Tirreno

Livorno

Ecco l’altra Resistenza Contro il fascismo senza mitra né fucile

di Mauro Zucchelli
Ecco l’altra Resistenza Contro il fascismo senza mitra né fucile

In vetrina 5 studiosi livornesi per indagini all’avanguardia nel giorno in cui l’Istoreco torna sul palcoscenico

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LIVORNO. C'era una volta la Resistenza con la masiucola: fatta da eroi in armi che, come fossero Superman e i Fantastici Quattro, liberavano l'Italia dallo stivale dell'oppressore nazista in una lotta di liberazione nazionale degli italiani brava gente contro i crucchi, perfidi come lo era stata Albione fino a pochi mesi prima. È il mito fondativo della Costituzione e dell'Italia: sacrosanto. Ma era costruito quasi in forma sartoriale attorno all'egemonia culturale del Pci, difficile che potesse reggere a lungo quando del Partito comunista si è dissolta prima la spinta propulsiva e poi l'esistenza.

Nel d-day della presentazione della nuova sede dell'Istoreco, l'Istituto storico della Resistenza e della Società Contemporanea, non c'è solo il taglio del nastro ma anche la vetrina di un volume di ricerche che fin dal titolo promette di essere inquietante, forse perturbante, certo fuori dagli schemi e dai percorsi battuti: “Spaesamenti”.

È lo spaesamento del disorientamento soggettivo: l'hanno provato gli individui, le famiglie e le comunità in seguito a quel che fa la guerra in termini di distruzioni e drastici cambiamenti. È lo spaesamento «anche in senso figurato», raccontano gli autori. Se i bombardamenti cambiano il paesaggio fatto di case, di quartieri e di persone, se l'occupazione straniera è la «negazione del concetto stesso di Paese», Livorno «rappresenta certamente un caso limite»: nella seconda metà del 1943 il cuore di Livorno diventa off limits perché zona nera, la città è stata «completamente evacuata dai bombardamenti alleati e dall'esercito di occupazione nazista» e un mare di livornesi, quasi due abitanti su tre secondo i dati prefettizi di allora, sfolla un po' dappertutto.

Riprendiamo il filo del discorso perché è in questo solco che entra il lavoro di quest'équipe di studiosi livornesi (Stefano Gallo, Matteo Caponi, Enrico Acciai, Gianluca della Maggiore insieme al direttore Istoreco Catia Sonetti). È stato facile, dicevamo, che prendessero campo alcuni interrogativi. A cominciare dal primo: ma, se dall'altra parte della barricata non c'erano solo tedeschi bensì anche gli italiani repubblichini di Salò, non s'incrina l'idea della liberazione nazionale? Non salta il paradigma degli italiani tutti buoni contro i tedeschi tutti cattivi? Non era forse l'assoluzione togliattiana dalle responsabilità della “macchina” statale del Ventennio in nome d'una realpolitik che, come faceva sospettare l'esito del referendum sulla monarchia, considerava troppo gracili le spalle democratiche delle istituzioni repubblicane? È l'idea della Resistenza come guerra civile che manda in tilt le categorie tradizionali: curioso che il grande pubblico dei bestseller se ne sia accorto dopo i libri di Giampaolo Pansa, quando in realtà proviene fin dalla metà degli anni ottanta dall'indagine di un grande storico come Claudio Pavone, salde radici a sinistra e nessun cedimento revisionista.

Ma la breccia c'è e, come rileva Daniele Menozzi nell'introduzione, per singolare coincidenza arriva proprio mentre si spappola la Prima Repubblica e, fuori dal patto resistenziale-costituzionale, nasce la Seconda Repubblica con i post-fascisti che vengono sdoganati come parte della classe dirigente. Ecco che con il grimaldello dell'equivalenza razionale delle scelte si scassa la mitologia precedente e si pongono le basi d'una equivalenza morale: in nome della “storia dei vinti” l'epica repubblichina si affaccia fuori dai recinti dei nostalgici, sogna una “conciliazione nazionale” che si sbarazzi della Resistenza come mito fondativo che li ha cacciati fin lì nel ripostiglio della storia.

Il ring viene occupato per un po' dal match fra la vecchia mitologia resistenziale e la nuova frenesia di “conciliazione” che restituisce dignità e agibilità a chi vuol cantare le gesta repubblichine: inutile dire che sarebbe stato facile sbriciolare l'epopea resistenziale a colpi di anti-retorica.

Il volume livornese fa parte di una terza stagione – magari non scandibile semplicisticamente fra un “prima” e un “dopo” – che fugge via dalla propaganda, come del resto avevano fatto fin da subito i romanzi di Calvino o di Fenoglio, ma senza infilarsi nel revisionismo post-fascista. Come? Allontanando i riflettori dalla lotta armata, che inevitabilmente ha riguardato una minoranza della popolazione: anziché ai mitra e alle dinamiche delle formazioni combattenti, agli scontri armati o ai blitz nei depositi di armi, ecco che il fuoco della ricerca diventa l'aspetto più sociale e meno militare.

È quell'opposizione capillare che fece delle parrocchie, dei circoli di quartiere, dei legami di fabbrica o di paese, dei vincoli familiari uno spazio di relazioni che seppe farsi resistente alla propaganda di regime. Il terreno, per capirci, sul quale dal basso misero radici i mille intoppi, boicottaggi, legacci e intralci che impedirono in Italia, e soprattutto a Livorno, il dispiegarsi, ad esempio, della ferocia delle leggi razziali anti-ebraiche: tutt'altro che un semplice svogliato andazzo per far finta di adeguarsi alle richieste hitleriane perché anche qui da noi non è stata acqua fresca la spoliazione di beni che hanno dall'oggi al domani impoverito alcuni e fatto ricchi altri. Senza però quel senso di solidarietà che ti faceva rischiare la pelle per salvare quella di uno sconosciuto la guerra avrebbe avuto un effetto ancor più devastante di quel che ha effettivamente avuto.

Ecco, è qui che si apre un’altra pagina della ricerca storica: e Livorno fa da battistrada cominciando a rimuginare un po’ sulle radici che l’hanno fatta quel che è.

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