Gioco
Stazione, grand hotel disperazione
È un “non-luogo” di tutti e una terra di nessuno: assediata dal degrado. L’odissea dei pendolari (e dei clochard)
LIVORNO. La stazione è una terra di nessuno, figuriamoci i treni. Stavolta però non stiamo parlando di scritte sui muri, ascensori che non funzionano, monitor guasti e pensiline sporche: la violenza contro la ragazza è avvenuta in pienissimo giorno, fra le 16 e le 17, di un sabato d'estate, praticamente appena lasciata la stazione di Livorno centrale.
È un episodio gravissimo che nessuno può sottovalutare: nasce non dal nulla ma nel nulla. In quel “non luogo” che, come in tutte le città ma forse un po' più che in tante altre città, la nostra stazione ferroviaria è diventata. Basti dire che poco prima del Natale scorso i ladri se l'erano presa perfino con gli uffici della Polfer, in quei giorni in fase di ristrutturazione: è stato sufficiente spaccare un vetro e infilarsi all'interno. Ma cosa potevano sperare di portar via se non un computer? Detto per inciso, se l'era comprato un agente, non apparteneva alle dotazioni del posto di polizia. Del resto, neanche una settimana prima qualche decina di metri più in là c'era stata una tentata rapina in pieno giorno.
Vedi alla voce degrado anche tutt'attorno: la stazione, con quel look d'inizio novecento appena rinfrescato dalle manutenzioni periodiche, in sé non sarebbe neanche malaccio come struttura architettonica. Ma il degrado sembra assediarla. Sul lato di piazza Dante non è certo bastato un drastico sfoltimento delle vegetazione per rendere la zona più sicura: già dalle 20 in poi scatta una sorta di coprifuoco volontario, con l'ultimo treno utile in arrivo da Pisa per il rientro di studenti e lavoratori che si sono trattenuti fino a tardi. Poi si affaccia alla stazione solo chi davvero non può mancare di prendere quel treno notturno. «Qualcuno dei miei familiari mi viene a prendere perché francamente appena si oltrepassa un certo orario si sente che l'ambiente si fa pesante. Non so come spiegarlo, forse sono solo paranoie mie ma dopo una giornata di impegno e fatica non hai voglia di avere anche timore di incrociare qualche imbecille o, peggio, qualche violento», avverte Giulia Lenzi, che da sei anni fa l'andirivieni quotidianamente con la facoltà a Pisa. «Non è neanche giusto che per noi ragazze scatti questa paura: è la mia città, è la mia stazione. Eppure…», dice la sua amica Irene.
Nel febbraio scorso proprio grazie alle telecamere sui treni era stato pizzicato il piromane che incendiava le carrozze ferroviarie: un ultracinquantenne napoletano con parecchi problemi psichici e un alloggio a Cecina col padre anziano. Resta da chiedersi, come fa Paolo Baroni, impiegato e pendolare da vent'anni: «Ma le telecamere servono solo come registrazione da utilizzare in caso di indagini o c'è qualcuno che in remoto le guarda e dunque valgono anche come strumento di prevenzione?».
La Polfer non ce la fa: impossibile riuscire a sorvegliare tutti i 350 convogli che 24 ore su 24 girano in Toscana ogni giorno. Manca il personale, non è possibile militarizzare ogni vagone…
Anche qui come in altre città è la stazione il Grand Hotel Disperazione: «Si rattrappisce la “coperta” dello stato sociale, diminuiscono gli aiuti per chi fa fatica a sbarcare il lunario. E talvolta anche noi volontari siamo costretti ad alzare bandiera bianca»: parola di uno di quanti spendono il tempo libero a dare una mano agli “ultimi degli ultimi” («no, il nome no»). Era capitato già tempo fa che la situazione si fosse fatta pesante anche per chi andava lì a dare un piatto di minestra e un quid d'umanità a chi proprio non ce la fa più e sta ai bordi della società, anzi forse è già precipitato giù di sotto.
Fra dentro e fuori, la stazione offre un tetto a tanti povericristi senza tetto né legge: lungo i fasci dei binari ma anche al di là della barriera che delimita il fascio di rotaie, ecco un moltiplicarsi di "tane", che si tratti di fabbricati fatiscenti o, com'era in passato, di carrozze più o meno abbandonate. D'altronde, se si contano a centinaia le persone che bussano ogni settimana a strutture di volontariato come la Caritas, davvero vi immaginate che tutti abbiano una casa dove poter tornare?
E alle spalle della stazione, là dove sbuca il sottopasso pedonale che corre sotto tutti i binari, cosa c'è se non altro degrado? Qui, nel piazzale-parcheggio di via Masi nel dicembre 2009, il gelo e la povertà hanno fermato per sempre il cuore di un clochard di 36 anni che veniva dalla Sardegna («mi dati una monetina? Ti dò un etto di miseria», diceva Gigi Mura a chi gli dava l'elemosina). Nell'autunno dell'anno precedente, a duecento metri da lì, prima trovano cadavere un barbone torinese di 43 anni sotto il cavalca ferrovia della stazione e poi, vicino al primo passaggio a livello verso nord, raccolgono il corpo maciullato dal treno, è quello di un poveraccio slavo di 27 anni che cercava erba lungo i binari per avere qualcosa da mangiare.
In mezzo c'è l'ex deposito che ormai non è altro se non un rudere: qui nel giugno di due anni fa è stato ammazzato un nordafricano. Un casottino ferroviario in via Provinciale Pisana invece è stato l'ultimo rifugio per far riposare le ossa stanche di un ragazzo livornese di 32 anni, la cui odissea aveva toccato gli ex magazzini Coca Cola, qualche stanza all'ex Corallo occupata insieme ad altri senza fossa dimora, l'ex magazzino Atl, il deposito locomotive di via Masi. Ma anche nell'ex stazione San Marco. Dove il ministero, in una circolare del 28 maggio, sopprime il posto di polizia ferroviaria: benvenuti nella realtà, si sono finalmente accorti che i treni non ci sono più. Da decenni.
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