Il Tirreno

Livorno

Sola, spaurita E con un grido senza voce

di ILARIA BONUCCELLI

La ragazza non scappa, indietreggia: poi capisce che per lei non c’è scampo

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Non riesco a staccare gli occhi dai colori del suo vestito. Il rosso, il blu. Il rosa acceso, i verdi allegri. Li oscura il predatore. È già sulle sue tracce, maldestro, arrogante. La sta per afferrare. Tutte le volte che vuole, nel video della polizia. Per sempre, nella testa della ragazza, di questo sono sicura. Eppure il primo pensiero, al di qua del monitor, non è urlare: «Attenta, scappa». No. Non è quello. È che ci sono troppi colori per uno stupro. Una luce troppo bella. C’è troppa primavera su quella carrozza del regionale Pisa-Livorno. Nessuno ha diritto di oscurare la primavera. Invece, la violenza lo fa. Ti priva della bellezza. Capacità di ridere di una scottatura agostana, di lasciarsi incantare da un’immagine intravista dal finestrino di un treno. E c’è cattiveria, un gusto sadico, un’anticipazione della vittoria nei gesti con cui lo stupratore del treno persegue la vittima. Si sente forte, perché lo è: grande e grosso, lei è minuta e sola. La segue, si accerta che nessuno la possa aiutare. La spinge verso un punto di non ritorno. Verso il male di vivere.

Si vede dalla disinvoltura con cui abbandona la merce da due soldi che tutti i giorni è costretto a vendere per campare. Campare? Non campa chi stupra. Si alza, si nutre, si veste, cammina, ma non campa. Rapina la vita altrui. Di proprio non ha nulla. Neppure la soddisfazione di un atto sessuale.

Chi pensa che il danno alla ragazza del treno sia (solo) quello, sbaglia. Non conosce le donne. Il video muto ci racconta un’altra storia. Ci parla di una fuga senza speranza. Chi sa di avere una via di scampo corre in avanti. Lei, invece, tenta di scappare muovendo qualche passo indietro, gli occhi terrorizzati, fissi sull’aggressore. L’ipnosi sulle braccia forti, cattive sono la resa all’angoscia, senza speranza. Nel silenzio assordante dei fotogrammi, la stessa voragine dell’urlo di Munch: il quadro senza speranza, il grido senza voce. Quello che non esce. O magari esce, ma nessuno lo sente. Se si osserva il capolavoro dell’Espressionismo, non si possono non notare sullo sfondo, in nero (non un colore casuale) i due amici del pittore che sul suo diario scriveva, a proposito di questo quadro... « sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura». Lui lo sentiva dentro nel sole tramontato, nel cielo rosso sangue. Anche la ragazza stuprata. Sentiva questo urlo, straziante, un ululato. Lo sentiva prima ancora della violenza che inizia dai passi indietro, dalla morsa fra i sedili della carrozza vuota. Dal grido muto che nessuno raccoglie. Perché nessuno la sente? Perché nessuno vede il senegalese che con troppa sicurezza segue, no insegue, una ragazza su un treno? Per incuranza. Indifferenza. Il nostro male di vivere. È così che nasce, la cronaca di uno stupro annunciato.

@IlariaBonuccell

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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