Il Tirreno

Livorno

ll commento - L'inferno sull'A12 e quelle lacrime di chi conosce il male

di Fabrizio Brancoli
ll commento - L'inferno sull'A12 e quelle lacrime di chi conosce il male

L’umanità esiste e resiste. Non sarà una gran notizia, ma è un modo per svegliarsi e ricominciare, domani, e provare a vivere ancora

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Appoggiato contro un muretto dell’ospedale, le gambe piegate, la testa china, il camice bianco, un medico del Pronto soccorso singhiozza. Disperato, al suo collega che cerca di confortarlo chiede solo un momento: il tempo di restare da solo a soffrire. Ha tentato invano di salvare la vita a un ragazzo di diciannove anni, ma gli è appena morto tra le braccia. Siamo in California, è il marzo scorso. «Solo un momento». Scattano una foto e diventa virale; il mondo si commuove.

Ora, mondo, commuoviti anche per il poliziotto della stradale e il vigile del fuoco che lunedì erano a Migliarino e hanno visto quello che non volevano vedere: la fine di due gemelli di sette mesi, innocenti assoluti. Abbiamo pubblicato le foto dell’agente e del pompiere, disperati, svuotati. Fissano la morte. E piangono.

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Si sono trovati davanti alle lamiere accartocciate di una cosa che pochi minuti prima era un’auto, e che poi è mutata in quel modo orrendo; un ammasso di metallo senza forma dal quale spuntavano i calzini colorati delle valigie di due bambini che stavano tornando dalle prime vacanze della loro vita, nella dolcezza amniotica di un viaggio con il babbo e la mamma. Poi, è quello che abbiamo capito, esplode la gomma di un’autocisterna. Il grande camion stringe l’auto contro il guardrail fino a schiacciarla e la morte entra in autostrada, come sempre, senza pagare pedaggio, senza staccare il biglietto né lanciare avvisi, e semplicemente avviene.

Quelle immagini parlano. Ci dicono due cose: un po’ le sussurrano e un po’ le gridano.

La prima cosa è il senso d’impotenza. Una condizione devastante per gli esseri umani; di fronte al male ingiusto, essa sottrae dalla scena il nostro libero arbitrio. Non possiamo intervenire: accade il Male, e ci vince. La seconda cosa è la compassione più profonda, che si prova per chi muore senza colpa. La compassione vera. Per chi se ne va e per chi dovrà rimanere.

Colpisce, e lacera, veder piangere due persone che per lavoro certamente sono “abituate” – anche se questo termine è grottesco – a gestire momenti in cui il battito del cuore ci abbandona. È il loro mestiere. Ma non c’è prassi, non c’è corazza davanti a quei gemellini perduti dalla loro famiglia e da tutti noi.

Pochi giorni fa un bambino di quattro anni è morto precipitando nel vuoto, dopo il guasto a un ascensore nella metropolitana di Roma, e anche lì abbiamo visto soccorritori piangere, mentre continuavano a fare il loro lavoro. Le loro lacrime sono le stesse spese lunedì sull’autostrada A12 e le stesse del medico in California. Hanno la consistenza di chi sente il dolore degli altri. Sanno mescolarsi e scorrere insieme. Sono un torrente che può diventare un fiume e accogliere ponti tra gli uomini. L’umanità esiste e resiste. Non sarà una gran notizia, ma è un modo per svegliarsi e ricominciare, domani, e provare a vivere ancora.

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