La protesta
LE COCCOLE DIETRO AL CIAK
di SIMONE LENZI Devo alla generosità di Paolo Virzì una giornata indimenticabile sul set del suo nuovo film. Avevo una piccola parte, di un paio di scene. Eppure importante, un po’ per la storia che...
di SIMONE LENZI
Devo alla generosità di Paolo Virzì una giornata indimenticabile sul set del suo nuovo film. Avevo una piccola parte, di un paio di scene.
Eppure importante, un po’ per la storia che il film ci racconta, ma soprattutto perché il cinema è un mondo in cui davvero sono tutti importanti: dal regista fino a quelli che affollano il set e fanno milioni di cose che nessuno vedrà mai, perché succedono fuori campo.
Il cinema è davvero “ars celare artem”: l’arte che nasconde l’arte stessa. Tutto quell’infinito darsi da fare, quel brigare e sudare e correre su e giù dietro a mille cose che sta intorno ad ogni scena di un film e di cui nessuno si accorgerà mai.
Ogni scena ripetuta decine di volte, in campo e controcampo, per poi prendere il meglio, per strappare l’espressione migliore, la battuta che suona più convincente. Quel che rimane nascosto, che non si vedrà sugli schermi, è un infinito lavoro minuto, maniacale eppure indispensabile, di decine di uomini e donne.
Tutti ossessionati dal “raccordo”, che è la parola chiave per esprimere tutta questa passione che si mette nel fare di una cosa finta una cosa terribilmente vera. E che in pratica significa che se io nella scena 82 avevo la barba lunga, bisogna che qualcuno si sia preso la briga di misurarla, perché magari nella scena 87, che verrà girata due settimane dopo, dovrò avere esattamente la stessa barba.
E se l’attrice si toglie il foulard e lo tiene nella mano destra, è in quella mano che dovrà tenerlo tutte le volte che si ripete la scena, e qualcuno deve esserselo segnato sugli appunti. Questa arte consiste anche nel non farci accorgere che un’attrice ha due gocce di mentolo sulla punta delle dita, in modo che quando si prenderà la testa fra le mani, le vengano le lacrime agli occhi. Ho passato una giornata indimenticabile a fare l’attore, dicevo. Anche se non sono un attore e non ho idea di come sono andato.
Penso però che questo “come sono andato?” sia l’ossessione di tutti gli attori, perché tutti gli attori vorrebbero essere andati bene, anzi benissimo. Vorresti essere andato bene, anche se non sei un attore, perché vorresti continuare ad andarci, sul set, un film via l’altro. E non per narcisismo, no.
O meglio, non soltanto per quello. È piuttosto per il fatto di essere contornato da tanta gente il cui unico scopo è quello di “raccordarti” con questo e quello, e quindi, alla fine, con la tua stessa vita.
Purché tu ti “raccordi” come si deve, del resto, quelli del cinema sono disposti a fare di tutto per te: vuoi un caffè, ti portano un caffè.
Ti va un ghiacciolo? Non ti preoccupare: ti trovano un ghiacciolo.
La verità è che nessuno si prenderà mai cura di te come su un set. Neanche tua madre. Questo lo capisce immediatamente ogni attore, ed è per questo che poi, fuori dal set, un attore dopo un po’ intristisce.
E quando un attore non lo chiamano più, quando non lo vuole più nessuno, ma come deve starci male, poveraccio! Non riesco neanche a pensarci. Nel mio piccolo, io sono già terrorizzato all’idea di svegliarmi domani con la barba lunga non so quanto, e di trovarmi alla Stazione Termini, così, senza nessuno che mi abbia messo dei segni sul marciapiede per darmi la posizione esatta in cui aspettare il treno.
Senza più la speranza di veder comparire Valeria Bruni Tedeschi a darmi la battuta. Senza più la capacità di dire la cosa giusta al momento giusto.
Solo in balia del mondo. E in disaccordo con tutto.
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