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Anziani maltrattati nella Rsa L'esperta: «Per fare questo lavoro ci vuole amore»
Assunta Astorino (presidente della cooperativa Cuore Liburnia): «Il titolo non basta, serve l’attitudine ma il contatto con chi è sul finale della vita pesante e agli operatori serve sostegno psicologico. In Toscana mai un caso così»
PRATO. L'asilo Cip Ciop di Pistoia: è questa la prima immagine che viene in mente davanti alla vicenda della Rsa di Prato, ai video con gli anziani maltrattati, picchiati, umiliati e anche derubati da chi, invece, avrebbe dovuto prendersi cura di lavoro. In entrambi i casi siamo di fronte a violenze - fisiche e psicologiche - contro esseri del tutto indifesi, e tutte e due le volte sono state le telecamere a smascherarle. È un viaggio nell'orrore, il video diffuso dalla polizia, con infermieri che picchiano, insultano, oltraggiano persone che invece avrebbero dovuto accudire.
Ha visto quelle immagini, Assunta Astorino, lei che con gli anziani ci lavora in quanto presidente della cooperativa Cuore Liburnia?
«Non ho visto il video, ma ciò che ho letto e sentito mi ferisce profondamente. Ne sono anzi sconvolta. In Toscana prima d'ora non era mai successa una cosa simile, almeno per quanto mi ricordi».
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È un compito delicato e importante, quello di occuparsi degli anziani.
«Sì, molto delicato. E prima di tutto perché si è a contatto con persone che hanno bisogno di molte attenzioni perché si trovano in una fase complessa della loro vita, quella finale, e sono dunque fragili, vulnerabili. Per questo ci vuole una particolare attitudine: io dico sempre che chi sceglie questa professione deve avere un qualche cosa in più».
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E che cos'è questo qualcosa in più?
«L'amore. Ci vuole amore per il lavoro - che comunque è duro - e ci vuole amore verso le persone che soffrono. Di sicuro un titolo di studio non basta, è solo il punto di partenza. Io mi occupo anche di selezione del personale e sto molto attenta a verificare le qualità e le predisposizioni individuali, e se c’è la capacità d’entrare in relazione con gli altri. Poi bisogna garantire una formazione continua degli operatori, investendo dunque molto sull’aggiornamento. Infine non bisogna dimenticare che il contatto continuo con persone che vanno verso il termine della vita è pesante, e quindi bisogna offrire un sostegno psicologico anche agli operatori».
Le è mai capitato per esempio di vedere un infermiere maltrattare anche solo verbalmente l'ospite di una residenza?
«No, non mi è mai successo. Ma se solo ci accorgiamo che un operatore è un po' stanco, gli proponiamo di cambiare settore. È essenziale essere molto motivati a lavorare con persone anziane: bisogna essere capaci di avere una bella relazione con loro, riuscire a dare supporto e a fare sentire la propria vicinanza: nella residenza sanitaria dovrebbe crearsi una vita familiare, comunitaria».
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E i giovani hanno voglia di impegnarsi con i vecchi?
«Sì, anzi spesso considerano questo mestiere un’opportunità e io cerco di favorire quelli che mi sembrano più tagliati. Del resto scelgono con consapevolezza la professione sapendo a cosa vanno incontro perché prima d'iniziare devono fare un tirocinio. Se decidono, lo fanno dunque per passione».
E i parenti? Sono presenti o si limitano a parcheggiare gli anziani in una struttura?
«Per la mia esperienza posso dire che in generale sono presenti, e anzi partecipano alle attività delle residenze, poi ci sono anche casi di anziani soli, spesso perché gli stessi figli hanno problemi. Magari sono vecchi anche loro».
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