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Morta a 39 anni, il medico indagato: «Fatto il possibile»
Nell’udienza preliminare sul decesso di Elisa Paggini la ricostruzione in aula di Maria Cristina Mandolesi
LIVORNO. «Ha fatto il possibile per salvare la paziente e lo ha spiegato al giudice ripercorrendo passo dopo passo la correttezza della sua condotta professionale fino alla fine del turno, alle ore 15».
L’avvocato Luigi Isolabella sintetizza così, poco dopo la fine dell’udienza, il lungo interrogatorio reso della sua cliente, la dottoressa Maria Cristina Mandolesi: indagata con altri tre colleghi nell’inchiesta sulla morte di Elisa Paggini, la donna scomparsa a 39 anni il 19 luglio 2013, nel quinto reparto dell’ospedale livornese, a causa di un edema polmonare.
Ieri mattina davanti al giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno era in programma l’udienza preliminare che al termine della deposizione del medico è stato aggiornato al prossimo 3 dicembre, giorno in cui sarà deciso il futuro processuale dei medici accusati di omicidio colposo in concorso.
Rispetto alla chiusura delle indagini che risalgono alla fine dello scorso anno, il pubblico ministero Fiorenza Marrara (vedi box) ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro dei cinque medici implicati nell’indagine. Oltre al primario dell'Unità Organizzativa Medicina I, Marco Cei, risultano coinvolti nel procedimento Maria Cristina Mandolesi, Ornella Marino, in servizio nello stesso reparto, e Luigino Rizzello, intervenuto in turno in qualità di guardia interdivisionale.
La colpa sarebbe è consistita non solo in negligenza, imprudenza e imperizia ma anche per non aver adottato adeguate iniziative diagnostico terapeutiche a fronte di una gravissima crisi ipercalcemica che presentava la paziente. In sostanza, come spiega l’avvocato della famiglia Paggini, Vinicio Vannucci, dalle analisi sulla donna, sarebbe emerso un eccesso di calcio, curato con una terapia di idratazione che ha però portato all’edema che ha ucciso la donna.
Elisa, sposata con un spedizioniere marittimo molto conosciuto in città, Antonio Bonsignori e madre di Giorgio, un bambino che oggi ha 10 anni, era andata al pronto soccorso nel pomeriggio del 16 luglio, presentando forte nausea e vomito insistente.
Secondo gli investigatori i medici avrebbero adottato un protocollo terapeutico assolutamente insufficiente, se non addirittura dannoso. E anche una volta individuata la patologia di cui soffriva la Paggini non avrebbero monitorato le funzioni vitali (renali e cardiaca) della paziente. In presenza di un danno renale si sarebbero limitati a una reidratazione forzata, fino al decesso della donna.
Cinque le parti civili che si sono costituite nel procedimento contro i medici: i genitori della vittima, il fratello, il marito e il figlio.
@fedelazzotti
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