Il Tirreno

Livorno

Carabinieri infiltrati tra i narcos per 10 anni: ecco il codice dello spaccio

di Federico Lazzotti
Alcuni militari del Ros di Livorno durante un’operazione
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Alcuni militari del Ros di Livorno durante un’operazione

Livorno, due militari  del reparto speciale sotto copertura dal 2005. Nell’indagine sequestrata una tonnellata di cocaina dalla Colombia e diretta dalla ’ndrangheta: 44 arresti

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LIVORNO. Per dieci anni si sono finti imprenditori e hanno pensato e agito come due affiliati alla cosca ’ndranghetina dei Mancuso di Limbadi, una delle più organizzate e potenti della Calabria. Ma nel frattempo hanno registrato facce e nominativi, memorizzato le tratte della droga, i codici dei narcos, e scoperto i trucchi per far arrivare fiumi di stupefacente dalla Colombia fino all’Italia, beffando i controlli.

I loro nomi in codice erano Maurizio Amico e Roberto Longo e insieme avevano costituito nel 2005 la Ligure Servizi, una ditta di trasporti che lavorava nel porto di Livorno e si occupava di sdoganare la merce proveniente dal Sud America. Comincia e passa dal lavoro di due sottufficiali del reparto operativo dei carabinieri di Livorno la maxi inchiesta della procura di Catanzaro che ieri ha portato all’arresto di 44 persone, una a Livorno, indagate per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.

Nella lunga ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice c’è un capitolo dedicato ai militari sotto copertura. Secondo il giudice, il gruppo criminale a un certo punto è entrato in contatto “Amico” e soprattutto con la ditta da lui gestita. L’incontro decisivo tra i vertici del clan calabrese e i militari del Ros è avvenuto nell’agosto 2005. Nonostante le molteplici diffidenze da parte dei narcotrafficanti, i due carabinieri sono riusciti ad aprirsi un varco e ad conquistare la fiducia di alcuni esponenti dei cartelli colombiani che gestivano la società "Plastichimica". È così che i due finti imprenditori hanno dato inizio alle operazioni di acquisto e di importazione di ingenti quantitativi di cocaina. L'attività sotto copertura svolta dai due militari ha portato, in questi anni, al sequestro di circa una tonnellata di cocaina, partita dalla Colombia e giunta nel porto di Livorno attraverso una tappa in Spagna, dove avveniva il pagamento. Gli scenari raccontati dai due militari sono di estrema violenza, con i narcotrafficanti sempre più sospettosi e pronti ad uccidere con facilità chiunque cercasse di impedire le loro attività.

Dalle indagini è emerso che per il trasporto della cocaina venivano utilizzati diversi sistemi, alcuni dei quali anche molto originali. Ad esempio in Colombia ingenti quantitativi di tessuto e vestiti venivano imbevuti, attraverso un procedimento chimico, della cocaina. Quando giungevano in Italia venivano portati a Spilinga, nel vibonese, dove era stata allestita una raffineria che effettuava il procedimento inverso per recuperare la droga. Il procedimento era affidato al “chimico”, che aveva il compito di coordinare le procedure per estrarre la cocaina.

I carabinieri hanno anche scoperto un carico di pavimenti che aveva nella parte sottostante la cocaina grezza che era parte integrante delle piastrelle. Quando il carico giungeva a destinazione, le piastrelle venivano staccate dalla droga grezza e quest'ultima veniva raffinata e tagliata.

Decisivo nell’indagine, oltre ai carabinieri sotto copertura, un ex broker della droga,Domenico Trimboli, ora pentito e collaboratore di giustizia, ha consentito ai carabinieri del Ros di Catanzaro di decifrare il linguaggio con il quale i narcotrafficanti colombiani facevano riferimento ai carichi di cocaina da spedire in Italia. La cocaina veniva chiamata «la ragazza», mentre il quantitativo di stupefacente veniva espresso in somme di denaro in euro.

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