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Incidente alle cantine e botte ai volontari: «Scusate, l’ho vista morta: grazie di avermi arrestato»
Livorno, a 10 giorni dall’incidente sugli Scali Novi Lena, la lettera di Claudio Marescalchi l’operaio di 44 anni fermato dopo aver picchiato volontari e forze dell’ordine
LIVORNO. Dalla follia alla ragione. Dai calci e i pugni per colpire volontari e forze dell’ordine, a un foglio e una penna per chiedere perdono a tutti. «Chiedo scusa a tutti coloro a cui ho fatto, in vario modo del male, ai volontari dell'ambulanza, al medico, all'agente della Finanza, alle altre ragazze coinvolte nell'incidente e alle loro famiglie. Non voglio il loro perdono e pagherò per i miei sbagli, come mi è sempre successo. Anche per la mia storia personale sono pienamente consapevole del ruolo che i volontari della Svs e della Misericordia svolgono con passione e dedizione e questo accresce il mio senso di colpa per quello che ho fatto».
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Comincia così la lettera confessione di Claudio Marescalchi, 44 anni, l’operaio che la notte del 26 giugno scorso è stato arrestato dopo aver insultato e picchiato volontari e forze dell’ordine in seguito all’incidente stradale in cui è rimasta gravemente ferita la fidanzata. Il 44enne prima di raccontare quello che è avvenuto intorno alle due del mattino, sugli scali Novi Lena, quando lo scooter su cui stanno tornando a casa Selvaggia Orlà, 23 anni, e Sara Cerbati, 25, travolge Alessandra Papini, 41, mentre attraversa la strada davanti alle Cantine, fa una premessa e spiega chi sono i destinatari del suo messaggio. «Vorrei raccontare ciò che è successo quella sera - spiega - e tentare di far capire le sensazioni che ho provato in quei momenti anche a chi mi ha giudicato senza conoscermi, valutandomi solo per i miei errori e per la condotta di quella maledetta notte».
Poi la memoria torna ai momenti che hanno preceduto l’investimento, le sirene, i soccorsi, la follia. «Era una sera come le altre - racconta Marescalchi - ci troviamo alle cantine con Ali (Alessandra ndr) ed alcuni amici. Ali ha lavorato fino a mezzanotte e ha voglia di rilassarsi un po'. Verso le 2 decidiamo di andare via». L’incidente accade alle 2.03. «Saliamo verso la strada e attraversiamo; ad un certo punto sento un boato secco. Vedo un corpo volare, sembra una bambola di pezza, un fantoccio che finisce il suo volo a 20 metri di distanza schiantandosi sullo scalino. Corro terrorizzato: la sua posizione è spaventosa, sembra spezzata in due, non respira, mi metto in ginocchio accanto a lei, le prendo le guance e grido il suo nome».
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Seguono momenti drammatici: «Tossisce o comunque ha una specie di rigurgito, gli esce molto sangue dalla bocca e dal naso, provo a girarle la testa perché ho paura che possa morire soffocata: ho paura che siano gli ultimi suoi respiri, che mi muoia tra le mani; sono terrorizzato». Passano pochi minuti e sugli Scali arriva la prima ambulanza dell’Svs.
«Mi guardo intorno, cerco aiuto e vedo un'ambulanza ferma a pochi metri; decido di correre verso l'ambulanza che mi accorgo essere occupata dall'investitrice e da quella che credo fosse la passeggera del motorino. A quel punto il terrore si tramuta in rabbia, non so come sia successo cerco di andare verso quest'ultima che mi appariva quasi illesa e tutti, giustamente cercano di fermarmi; in quel momento ho davvero perso il controllo e mi scuso nuovamente con tutti quelli che sono rimasti coinvolti». Il ricordo di quei momenti è opaco, confuso, lontano. «Di quegli istanti va avanti - non ho un ricordo chiaro, la mia ricostruzione riprende quando mi trovo al pronto soccorso dove, ringrazio Dio, mi arrestano e finisce tutto».
L’ultimo pensiero va a chi gli è stato vicino in questi dieci giorni. «Mi sento sinceramente di ringraziare anche gli agenti che mi hanno bloccato e arrestato e che subito dopo mi hanno trattato con umanità e comprensione. Ringrazio anche amici, conoscenti che con un abbraccio, una pacca sulla spalla o con una parola di conforto mi hanno dimostrato, senza giustificarmi, di mettersi nei miei panni in quei terribili momenti: grazie per avermi reso questi giorni meno spaventosi. Spero che tutte le ragazze coinvolte nell’incidente - conclude - si rimettano presto, una cosa è certa se potessi tornare indietro vorrei che l'unica vittima di quella maledetta sera fossi io».
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