Gioco
I fratelli guerrieri della jihad toscana
Lei, un “fantasma” col velo integrale, voleva andare in Siria Lui era già in Albania. Chi sono i due arrestati della Maremma
SCANSANO. Hanno sentito pronunciare centinaia di volte quell’espressione che utilizzava sempre al telefono. «Salam al eikum», la pace sia con te. La vedevano camminare avanti e indietro, intorno al palazzo dove viveva con i figli in via XX Settembre, alle porte di Scansano. Un palazzone affacciato sulla strada provinciale dove Arta Anila Kacabuni si era trasferita a dicembre da Poggioferro, frazione sulle colline maremmane.
La quarantunenne arrestata ieri mattina all’alba dagli uomini della digos è accusata di terrorismo internazionale. Con lei è finito agli arresti suo fratello, che viveva ad Arcille, nel comune di Campagnatico, Baki Coku. Ma che da qualche tempo era tornato in Albania.
A Scansano però della presenza della donna si sono accorti in pochi: un fantasma, quasi, che camminava per le strade del paese coperta con un niqab marrone che le arrivava fino alle caviglie. Uno schermo nei confronti del mondo, che ha tenuto fuori dalla porta dell’appartamento dove viveva, dopo aver abbracciato l’islamismo più integralista.
Ieri mattina prima dell’alba, le famiglie che vivono nel palazzo hanno sentito un colpo forte alla porta dell’appartamento al pianterreno, quello preso in affitto dalla donna. Poi hanno visto andare via, dopo qualche decina di minuti, tre auto. «Quello che era successo - dicono - lo abbiamo saputo ore dopo dai telegiornali. Noi non ci eravamo mai accorti di nulla. Diceva solo buongiorno o buonasera, si vestiva tutta coperta. Quando abbiamo sentito quel tonfo abbiamo pensato che facessero festa perché era finito il Ramadan». E invece, la televisione raccontava un’altra storia: quella di una donna pronta a raggiungere il nipote in Siria e combattere con il Califfato. Dalla piccola porta dell’appartamento al pianterreno dove viveva la donna accusata di terrorismo internazionale, si affaccia una ragazza con il niqab. Proviamo a chiederle qualcosa, ma lei sbatte la porta. Il marito vive a Milano e lei era tornata a Scansano soltanto la sera precedente all’arresto.
Anila è la zia di Aldo Kobuzi, il giovane albanese che ha sposato Maria Giulia Sergio, “lady Jihad” per l’intelligence. La ragazza, 27 anni, è stata la prima italiana donna ad arruolarsi nell’Is. Ed è partita proprio da Scansano, dopo essere stata ospite della zia del marito, per la Siria dove ora sta combattendo. Secondo gli investigatori, anche lei, avrebbe voluto raggiungerli. «Ma questa è una bugia, non è vero nulla. Mia sorella non è una terrorista, non è normale che sia stata arrestata solo perché parlava con suo nipote al telefono».
La voce di Astrit Coku, fratello di Anila e di Baki Coku, non tradisce alcuna insicurezza. Lui ha 27 anni e ha un’azienda agricola a Scansano. Un’azienda individuale, una partita Iva e i pensieri di tutti i lavoratori agricoli della Maremma. «Mia sorella non ha mai detto di voler andare in Siria - dice - ha due bambini e pensava solo a crescere loro. Ogni tanto veniva a darmi una mano al lavoro, nei campi e andava a trovare il marito che vive a Milano. Non è una terrorista». Per il ragazzo, sua sorella era soltanto una musulmana integralista, che camminava coperta dal niqab intorno al palazzo.
«Non ha mai attraversato la provinciale - dicono al bazar che si trova davanti al bazar della donna - non ha mai comprato nulla qui da noi. Camminava solo intorno al palazzo, quasi sempre con il cellulare all’orecchio. Ma parlava nella sua lingua e noi non capivamo quello che diceva». Stava da sola, con i suoi familiari. «Era diventata integralista leggendo, ha fatto tutto da sola - dice ancora il fratello - io non prego nemmeno, per esempio. Ma anche questo non significa che mia sorella sia una terrorista, non sarebbe mai andata là».
Astrit abbassa gli occhi e pensa ora a quello che dovrà fare. «Non sono ancora riuscito a parlarle - dice - e hanno anche arrestato gli altri miei due fratelli in Albania. Ora devo pensare a tre famiglie».
A Scansano, qualcuno quella donna l’aveva vista anche in paese. Quando è arrivata nel borgo della Maremma, aveva chiesto aiuto alla Caritas. Poi, dopo la conversione, aveva smesso di chiedere aiuto. E nelle intercettazioni in mano alla Procura di Milano, la voce della donna si è intersecata spesso con quella di Maria Giulia Sergio e della sorella Marianna, che voleva convincerla ad andare in Siria. L’unico impedimento, per lei, erano i due figli minorenni.
Ieri il fratello della donna ha caricato i bambini in auto dopo aver preparato tutti i bagagli e li ha portati via. Lontani da quell’appartamento dove sono stati svegliati prima che il sole si alzasse.
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