Il Tirreno

Livorno

L’appello di una madre: «Un tetto per mio figlio»

di Lara Loreti

La donna, 39 anni, è disperata e non sa dove andare a vivere: «Ho perso il lavoro e sono morosa da due anni. Da inizio 2013 sono in attesa di una casa popolare»

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LIVORNO. «Datemi un tetto per mio figlio, non chiedo altro. Sono disposta a pagare, non voglio regali: ma l’unica entrata che ho al momento sono 250 euro che il mio ex compagno mi passa per il mantenimento del bimbo. Il piccolo ha 7 anni e mezzo e ha bisogno di una vita normale. Sono disposta a tutto per lui».

È un appello accorato quello di Debora Montagna, 39 anni, torinese adottata da Livorno: vive in città dal 1998, quando si trasferì sul mare dalla città della Mole per amore. «Ero giovane e innamorata, e scelsi il cuore», dice la donna. Oggi Montagna si trova in una situazione disperata: lunedì alla sua porta busserà l’ufficiale giudiziario per eseguire, dopo tre avvisi, lo sfratto per morosità. È la resa dei conti, dopo mesi di stand by e di rinvii chiesti e ottenuti nella speranza di una svolta nell’ottenimento di una casa. Svolta che però non è arrivata. «Sarebbe servito un miracolo», dice la donna con amarezza.

Tutto è precipitato due anni fa, quando Montagna ha perso il lavoro di assistente che aveva presso una famiglia livornese: l’anziana di cui si prendeva cura è venuta a mancare. E da allora lei non è riuscita a trovare un’altra occupazione stabile: «Mi arrangio a fare dei lavoretti, con le mani in mano non ci sto, ma questo non basta per tirare avanti. Attualmente vivo in una casa a Fabbricotti, con un affitto di oltre 700 euro, ma è da agosto 2013 che non mi posso permettere di pagare il canone. E di questo non vado fiera. Ma non so cosa fare, come fare: le ho provate tutte, rivolgendomi alle istituzioni, ma non ho trovato risposte».

Montagna racconta il suo calvario quasi quotidiano all’ufficio Casa del Comune e allo sportello Emergenza abitativa. Si sofferma a descrivere le porte trovate all’inizio socchiuse, poi sempre più chiuse e da ultimo sbattute in faccia. E parla, addolorata, del fallimento e della frustrazione provata di fronte a quei “no” e a quelle risposte spesso aride se non ciniche. L’ultimo episodio giovedì pomeriggio: «Sono andata all’ufficio Casa, per l’ennesima volta. E ho portato con me mio figlio, cosa che non era mai successa prima. Ho esposto il mio disagio, peraltro già noto agli uffici, chiedendo di poter parlare con un funzionario. Ho fatto presente che rischio di finire in mezzo alla strada da lunedì. L’unica risposta che mi sono sentita dare è stata: “Signora, questo è un problema suo, noi non siamo i suoi baby sitter”. L’impiegata urlava e il bimbo s’è spaventato e si è messo a piangere». Debora non riesce a trattenere le lacrime al pensiero del disagio del suo bimbo. Poi riprende coraggio e aggiunge: «Io ho sempre fatto tutto nel rispetto delle regole, affrontando questa situazione con dignità ed educazione. Ma ora ne ho abbastanza: se per avere attenzione e ottenere quello di cui ho bisogno devo andare oltre, questa volta lo farò: c’è tanta gente che sfonda gli alloggi. Io non l’ho fatto mai, ma sono esasperata. Chiedo solo quello che mi spetta: un alloggio, anche un monolocale o una stanza, non mi interessa. Vorrei poter vivere serenamente e garantire un tetto a mio figlio, che ha anche avuto un incidente di recente e che non sta bene: sono una mamma sola, senza reddito. Ho chiesto aiuto a tutti: al Pascoli, all’associazione Asia, agli assistenti sociali. Qualcuno mi dia una risposta concreta. Finora sono riuscita a ottenere rinvii allo sfratto: è stato possibile grazie alla pazienza del proprietario di casa e all’aiuto del mio avvocato, Francesco Atzeni. Ma lunedì, che cosa accadrà? Chi può mi aiuti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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