Il Tirreno

Livorno

Decolla la riforma delle banchine Livorno non è con Civitavecchia

di Mauro Zucchelli
Decolla la riforma delle banchine Livorno non è con Civitavecchia

Ancora manca l’ufficialità ma Roma ha fatto dietrofront: l’aggregazione è soltanto con Piombino Troppi progetti ma la maxi-Darsena ha una carta in più: il polo contenitori libera grandi aree

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LIVORNO. Benché non ve ne sia traccia nell’ordine del giorno, in extremis entra in consiglio dei ministri il testo che mette nero su bianco le linee-guida della riforma dei porti. Si potrebbe chiamarla mossa a sorpresa, se non fosse che nell’ultimo mese per due volte all’annuncio del varo ha fatto seguito poi il flop della concretizzazione.

Ma è l’ennesimo venerdì di passione: la riforma arriva sul tavolo, ottiene la condivisione politica. Però la jella ci mette lo zampino e la seduta del consiglio s’incaglia: non c’entra né la portualità né la mappa delle Autorità, ammesso che trovi riscontro il tam tam delle indiscrezioni sarebbe stato il caso Taranto la patata bollente che ha fatto slittare i tempi della formalizzazione del provvedimento come decreto della presidenza del consiglio dei ministri.

Tutto questo però non cambia granché lo stato dell’arte. A questo punto il varo della riforma sembra da ritenersi cosa fatta. Livorno con Civitavecchia o semplicemente in tandem con Piombino?

Tutte le fonti interpellate a Roma ripetono che è stata tolta dal tavolo l’ipotesi, contenuta nella penultima bozza Delrio pubblicata dall’autorevole The MediTelegraph, di un matrimonio fra l’Authority livornese e quella dello scalo laziale. Paradossale se pensiamo che sarebbe nata una istituzione-monstre con 450 chilometri di costa dalla foce dello Scolmatore fin quasi alle porte di Napoli: un “sarchiapone” territoriale senza uguali in Italia proprio mentre nello stesso testo di qualche settimana fa si accontentavano le pressioni del Nord Est di far saltare l’aggregazione che avrebbe unito Trieste, Venezia, Ravenna e Ancona, quelle della Puglia suddivisa addirittura in due Autorità così come la Sicilia...

Stavolta no, almeno a giudicare dalle indiscrezioni che rimbalzano dal blog napoletano “Informazioni marittime”: Civitavecchia da sola come porto della Capitale, Livorno insieme a Piombino e Marina di Carrara insieme a La Spezia. Il numero delle istituzioni si ridurrebbe però a 13 perché salterebbe la divisione in due enti distinti fra Bari e Taranto e, sempre sull’Adriatico, tornerebbero a unirsi Ancona e Ravenna.

L’uso del condizionale è indispensabile perché anche nel comunicato finale di Palazzo Chigi c’è un riferimento generico a snellimento e sburocratizzazione dietro l’involucro di una roba con titolo wertmulleriano (“Piano strategico nazionale della Portualità e della Logistica”) con acronimo ancor più terribile (“Psnpl”). La nuova geografia della portualità sarebbe definita ma messa momentaneamente in naftalina per evitare che il fuoco incrociato di veti e campanilismi fermino ancora la riforma.

Dentro la riforma c’è anche un altro aspetto non ancora emerso: non è da escludere che, su pressione del Nord Europa, Bruxelles si metta di traverso di fronte a un boom di progetti che riguardano i porti: un boom di mega-terminal contenitori che rischia di finire nelle secche della sovracapacità.

È proprio su quest’elemento che il progetto livornese della maxi-Darsena sembra avere una marcia in più per distinguersi dalla babele di piani per 15,6 miliardi di euro sul tavolo del governo, neanche un cinquantesimo dei quali già cantierabili.

Cos’è il possibile asso nella manica di Livorno? Il fatto che non è un semplice terminal in più ma è una espansione a mare che consente lo spostamento del polo contenitori nella nuova infrastruttura liberando così ben metà dellaDarsena Toscana per un riassetto del puzzle del porto. Tradotto: il “ritorno” sugli investimenti non si misura semplicemente sul nuovo terminal contenitori – come segnala la Confindustria per bocca del direttore Umberto Paoletti – bensì sul complesso della manovra che rimetterebbe in circolo qualcosa come 1.400 metri di banchina e almeno la metà dei 412mila metri quadri di piazzali Tdt. È come se la maxi-Darsena di fatto ne creasse un’altra alle sue spalle per riorganizzare il porto. Detto per inciso, questo modo di interpretare il risiko del porto aiuta anche a uscire dal ring delle guerre di religione chenell’ultimo anno hanno fatto schizzare alle stelle la temperatura sulle nostre banchine.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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