Il Tirreno

Livorno

Quando Livorno era la capitale dei liutai

Mauro Zucchelli
Carlo Vettori, grande maestri liutaio (foto De Nigris)
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Carlo Vettori, grande maestri liutaio (foto De Nigris)

Paganini trovò qui il suo “cannone”: un Guarneri del Gesù. I minugiai erano maestri nel realizzare le corde. Nel video di De Nigris parla Carlo Vettori, grande maestro liutaio fiorentino che ora vive a Livorno

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LIVORNO. Passa da Livorno la storia del violino di Paganini: il “Guarneri del Gesù” che il grande musicista avrebbe affettuosamente chiamato “il mio cannone” per la potenza sonora. Siamo agli inizi dell'Ottocento, lui è poco più che un ragazzo e a Livorno perde a carte il suo violino alla vigilia di un concerto. Gliel’avesse prestato un rigattiere o fosse stato un dono d’un mecenate di nome Livron, fatto sta che subito dopo il concerto livornese Paganini non se ne sarebbe più separato. Neanche da morto, se è vero che lui lo lascia in eredità al Comune di Genova.

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Non è l'unico caso dello “scialo” di talento che contraddistingue i livornesi, come racconterà poi Simone Lenzi nel “Lungomai”. Basti ricordare la figura di Ranieri de’ Calzabigi, un po’ grand commis ma soprattutto avventuriero, insomma passato alla storia per tutto tranne che per il ruolo nella riforma dell'opera settecentesca al fianco di Gluck: non è stato forse lui a mettere in piedi in Francia il gioco del lotto insieme a quell'altro tipo che era Giacomo Casanova? Di più, e sempre per l'arte della dissipazione come categoria dello spirito: l’ex abate Marco Coltellini, poi editore illuminista dell’ “Encyclopédie” così come di Beccaria, che poi si reinventa artista di corte e butta tutto alle ortiche per il gusto d'una battuta prima a Vienna e poi a San Pietroburgo.

Ma Livorno è stato anche un luogo che ha prodotto tanta musica: e non parliamo tanto dei teatri o degli auditorium quanto delle singole abitazioni private. Lo attesta la ricerca degli storici Michele Montanelli e Clara Errico che, scandagliando nelle filze d’archivio per la loro indagine su “liutai e minugiai a Pisa e Livorno nel Seicento”, hanno scovato un gran numero di inventari legati a testamenti o a liti fra gli eredi in cui è attestata la presenza di strumenti musicali nel patrimonio familiare. «Nella Livorno di quel periodo ne abbiamo trovato traccia nell'80-90% dei casi», dice Montanelli: «Non era così a Pisa che pure aveva già un centro universitario».

Ad esempio, lo storico fa il caso delle tre botteghe di liutaio («fra le quali quella di Tommaso di Domenico Lucchini») attive nella seconda metà del Cinquecento, quando Livorno non era ancora realmente città ed era costituita da un grumo di case «con 600-1000 abitanti attorno all'attuale via San Giovanni».

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Una parte dei liutai attivi fra Livorno e Pisa nel Seicento erano di importazione: provenivano in genere dall'Alta Baviera, soprattutto da quella straordinaria culla di botteghe di strumenti musicali com’è stata Fussen. Questa “scuola” di mestiere prende talmente piede che la corporazione artigiana mette un diktat: dopo l’apprendistato di tre anni da un maestro liutaio bisogna emigrare. A Pisa e successivamente a Livorno mette radici la famiglia Fendt così come, con provenienza da Empoli, i Checcucci.

In tandem con il mestiere di liutaio, che si occupava di costruire la struttura dello strumento, c’era quello del minugiaio, che invece aveva a che fare con la realizzazione delle corde: e - racconta nella video-intervista di Luciano De Nigris che potete trovare su www.iltirreno.it - quanto l’uno era “pulito” tanto l'altro era invece “sporco” perché doveva prendere le interiora di animali e prima tenderle e poi trattarle per farne quella parte essenziale che è la corda. Non a caso erano attività confinate ai margini dell'abitato: per esempio, a Livorno nella zona di Torretta, estrema periferia che diventerà poi a fine Ottocento un polo industriale. Qui qualche minugiaio sopravvisse fino agli anno ’60.

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I “cantini” finissimi si facevano con le interiora di agnello “importate” da Roma. Comunque, il metodo era abbastanza semplice: le viscere di animali macellati venivano svuotate, lavate, grattate e trattate, poi erano legate a una apparecchiatura per iniziare a torcerle fino a quando si raggiungeva il livello giusto. Ma a quel punto non erano ancora una corda musicale, era indispensabile affumicarle con vapori di zolfo in una camera stagna.

Adesso l’arte del liutaio torna sulla scena labronica. Oltre alla tradizione rievocata dalla maestria artigiana di Ivano Colombini, è da ricordare che ha messo radici a Livorno un liutaio di grande nome come Carlo Vettori con la sua casa-museo: 75 anni, discepolo del padre Dario chiamato il “liutaio della montagna” perché la bottega era sull'Appennino tosco-romagnolo. Saranno le generazioni successive a fare di Firenze il campo base di questa dynasty di liutai che ha tramandato l'arte da nonno a nipoti: un po’ come gli Amati, i Guarneri o gli Stradivari.
 

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di Redazione web