Il Tirreno

Livorno

L'editoriale - Profughi, l'accoglienza e i sindaci da coinvolgere

Omar Monestier
Enrico Rossi, governatore della Toscana
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Enrico Rossi, governatore della Toscana

Centinaia di persone vagano in attesa che si decida del loro destino e questo alimenta gli isterismi che non sono più una caratteristica delle Regioni a guida leghista

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La Regione Toscana previene il caos che sta accompagnando l’arrivo dei migranti dall’Africa mettendo a disposizione una lista di edifici di sua pertinenza: immobili dei tipi e delle collocazioni più varie, alcuni in ottimo stato, altri con carenze. Alcuni sono nei centri abitati, altri si trovano in luoghi lontano da strade e ferrovie. In poche ore il presidente della Regione ha dato risposta alla sollecitazione del Governo, unico fra i suoi colleghi riuniti a Roma, giorni fa, nell’incontro Stato-Regioni che si è concluso con il no di tre aree importanti del Paese, Liguria, Veneto e Lombardia a qualsiasi disponibilità a pianificare l’accoglienza. Nella scelta toscana compaiono molti elementi, alcuni razionali, altri politici.

Il presidente Rossi ha sempre dichiarato che questa è una terra solidale e che egli non intende comparire nella schiera di quanti, davanti al problema, oppongono solo rifiuti. Neppure costoro sono, agli effetti pratici, esclusi dal flusso migratorio. La stazione di Milano, gremita di profughi, è stata la risposta non pianificata a Roberto Maroni che, pur astenendosi dal collaborare, non è stato in grado di frenare gli ingressi nel suo territorio. Mantenendo una cifra politica differente, il presidente della Toscana manifesta che alle generiche offerte di disponibilità può seguire un atto concreto qual è l’individuazione di alcuni spazi. I profughi continueranno ad sbarcare ed è meglio individuare piccole forme di ospitalità sparse sul territorio prima che qualche prefetto - quello di Firenze lo aveva immaginato - progetti grandi tendopoli dentro o ai margini delle città.

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L’atto di buonsenso di Rossi non incontra il favore dei sindaci, non di tutti. I distinguo sono già iniziati e con essi lo scaricabarile. Pur non dichiarandosi ostili a un impegno, i primi cittadini hanno iniziato a lamentarsi dell’inadeguatezza delle soluzioni individuate. È facile prevedere che assisteremo alla nascita di comitati “spontanei” che si opporranno all’invio di stranieri. Se questo capita è causa, oltre che del generale clima di sfiducia nella gestione delle emergenze da parte dello Stato, anche degli errori compiuti in queste settimane. I profughi sono stati ben accolti e in alcuni casi inseriti senza creare tensioni quando s’è offerto loro di riempire le giornate in maniera profittevole. Lavoro, studio, volontariato: i casi di convivenza positiva non mancano e vengono esibiti proprio dagli amministratori comunali. Il punto è che impiegare i profughi è reso difficile da norme cervellotiche. E non tutti i nuovi arrivati hanno espresso il desiderio di essere utilizzati. In molti casi gli stranieri attendono di lasciare l’Italia verso altre mete o attendono per mesi che venga riconosciuto il loro status.

Se in Austria basta un mese per separare i migranti economici da quelli che sfuggono da persecuzioni o guerra e in Italia ci vuole un anno, è segno che qualcosa non funziona. Centinaia di persone vagano in attesa che si decida del loro destino e questo alimenta gli isterismi che non sono più una caratteristica delle Regioni a guida leghista. Lo stesso Renzi ha iniziato a dire che il rimpatrio non deve essere un tabù. Ma, se non si comincia a metterlo in pratica come forma di deterrenza per chi profugo non è, i barconi continueranno a salpare senza sosta. Al piano di accoglienza della Toscana, poi, è mancato finora un ampio confronto con i territori. Le elezioni regionali hanno rallentato l’operazione. Ora, con la pubblicazione della lista degli immobili disponibili, essa torna ad essere più che mai necessaria per evitare la corsa al «non nel mio giardino» che si ode in molti municipi.

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di Redazione web