Il Tirreno

Livorno

lungomai

Caro assessore Lemmetti: “vestiti ammodino”

di Simone Lenzi
La maglietta dell'assessore Gianni Lemmetti
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La maglietta dell'assessore Gianni Lemmetti

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LIVORNO. “Vèstiti ammodino”. Era questa la tipica raccomandazione delle mamme livornesi (almeno della mia) quando dovevamo affrontare un impegno pubblico e importante. Un esame, una comunione, la semplice frequentazione della scuola. Una conferenza stampa. “Vèstiti ammodino”, dicevano.

Era una raccomandazione di stampo squisitamente kantiano, se è vero che nella Critica del Giudizio Kant ci ricorda che il curato si deve vestire come si confà a un uomo di chiesa, mentre il cicisbeo può vestirsi come più gli garba (comunque si agghindi, del resto, è e sarà sempre un cicisbeo).

E se è vero che l’abito non fa il monaco, è anche vero che abbiamo tracciato una linea di differenziazione formale (puramente convenzionale certo, ma non per questo meno affidabile) che ci fa riconoscere ad esempio i monaci dalle Drag Queen, la qual cosa ci permette peraltro di apprezzare gli uni e gli altri a seconda delle circostanze (il caso limite del monaco-Drag Queen non l’ho ancora incontrato, ma mi piace pensare che in quel caso il soggetto tenda a distinguere nettamente i due ruoli, nella scelta dei tempi e del luoghi in cui cambiarsi d'abito, per non ingenerare confusione nella mente degli astanti).

Tutto questo allora per dire che, se è vero che la rigidità dell’etichetta e del cerimoniale pare cosa del passato, mi pare nondimeno evidente che un assessore al bilancio non possa presentarsi in conferenza stampa con una maglietta sulla quale appare impresso l’intento programmatico di defecarci sul petto. Per molte e valide ragioni, la più fondata delle quali è quella che lo stipendio glielo paghiamo noi e non certo per essere oggetto di pratiche estreme quale quella di cui sopra.

Per la mia parte di tasse che contribuisce al bilancio del Comune di Livorno, e anche al suo stipendio, invito dunque l’Assessore Gianni Lemmetti a chiederci scusa come cittadini, o almeno, a chiedere scusa a quelli di noi (spero tanti) che non ambiscono a farsi defecare sul petto da nessuno e tantomeno da lui.

Per quanto infine, rileggendo quanto ho scritto sin qui, non riesca a capire se è più surreale questo mio articolo o la pensata dell’Assessore che l’ha ispirato (a riprova del fatto che la realtà è sempre più fantasiosa di qualunque fantasia), il mio intento vorrebbe essere quello di richiamare le Istituzioni a quel buon senso kantiano di cui parlavo all'inizio.

Vorrei insomma ribadire che mentre il cassiere del Seven Apples di Focette può mettersi tutte le magliette che vuole, anche variamente istoriate di prodotti corporei umani ritratti in ogni gradazione della Scala di Bristol (che va da 1 a 7, per la precisione, ma invito il lettore curioso a cercare su Google e a risparmiarmi così un eccesso di informazioni scabrose che potrebbero urtare la sensibilità dei più delicati), l’Assessore al Bilancio del Comune di Livorno no: non può e non deve.

Voglio sperare allora che l’Assessore Lemmetti non abbia voluto, con questa sortita infelice, rimarcare una sua presunta superiorità (dovuta al piccolo potere di cui è investito?) sul resto della razza umana, ma che, più semplicemente, si sia messo la prima maglietta che gli era capitata sotto tiro, così, senza pensarci.In quel caso, non solo sono disposto a perdonarlo, ma mi offro anche di regalargliene una normale.

Una T-shirt semplice, da “uno vale uno”, certo, non una camicia inamidata da “politico della casta”. Perché comunque, anche senza camicia e cravatta, avrebbe detto la solita mamma d’antan, “non sei mica più un bimbo, ormai sei un ometto”. E allora, appunto, “vèstiti ammodino”.

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