Il Tirreno

Livorno

La livornesità 2.0 e il filo rosso della storia

Enrico Mannari
Uno dei quattro Mori con la sciarpa rossa al collo
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Uno dei quattro Mori con la sciarpa rossa al collo

Per Enrico Mannari, direttore della Fondazione Memorie Cooperative, serve uno "sguardo lungo" per capire che c’è da cambiare la testa della città: il modo di pensare (e anche di pensarci)

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In questi giorni guardando alle vicende anche drammatiche di cronaca del lavoro e dell’occupazione a Livorno, credo che sia ancor più utile contribuire, ciascuno con i propri strumenti, ad una riflessione che possa guardare ad una visione di prospettiva in cui le stesse misure di intervento contingente possano collocarsi. Ma per elaborare tale visione e avere la capacità di programmarne il percorso, occorre anche tornare alle origini e alla dinamica dei processi storici della città, ragionare sul breve, medio e lungo periodo per non smarrire per strada spunti preziosi.
È in parte ciò che ho tentato di fare quando più volte ho parlato di “livornesità”, che è qualcosa di complesso sul piano storico e dell’attualità, non riducibile ai ricorrenti luoghi comuni.

Che significato darne? Si può partire da cosa sia oggi riproporre una concezione non tradizionale, né statica né retorica, né tantomeno autoreferenziale, della livornesità? Occorre ricordare come questa abbia le sue radici nella marginalità nel cui segno la città sorse e prosperò. Una marginalità che si è tradotta in una “diversità”, in particolare rispetto all’altra Toscana, di cui abbiamo cercato di rintracciare vari “frammenti” storici.

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Ecco allora la Livorno illuminista, quella dove si stampa “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, quella dove viene ristampata l’Encyclopedie; ecco La Livorno cosmopolita e mediterranea permeata di quella cultura sefardita propria delle radici familiari di due dei più importanti intellettuali del ventesimo secolo, Edgar Morin ed Elias Canetti. E poi la Livorno ribelle del 10 e 11 maggio del 1849 . Una Livorno che ben presto diventa il simbolo dell’altra Toscana, quella democratica, radicale, socialista. Ed allora a Guerrazzi segue il riformismo di sinistra dell’altro Modigliani, Giuseppe Emanuele. Dunque una “diversità” che ha alimentato germi democratici e libertari che si sono intrecciati con le diverse tradizioni politiche, da quelle repubblicane a quelle anarchiche, a quelle del socialismo prima e del comunismo poi.

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In questo humus quasi antropologico si è assistito, negli anni del secondo dopoguerra, al proficuo combinarsi tra il “ribellismo” e l’antagonismo ideologico con il pragmatismo realizzativo. Ed ecco allora Livorno la “rossa” che conosce l’unica giunta unitaria sino al 1951 e che si rimbocca le maniche negli anni duri della Ricostruzione, ecco le lotte per la difesa del cantiere Orlando e i famosi accordi di Roma che videro nascere la Cmf (Costruzioni metalliche Finsider) a Guasticce, il crescere della Compagnia lavoratori portuali con l’intuizione dei container, il patto con le famiglie storiche dell’imprenditoria livornese, la messa in campo di due importanti conferenze economiche comprensoriali, nel 1964 e 1968, che si proponevano il superamento degli obiettivi a carattere municipalistico, sino ad arrivare al 1983 con la “vertenza Livorno”.

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Ma proprio in quegli anni non si colgono i segnali che si stava esaurendo un ciclo storico, quello del binomio porto-grande industria come lo avevamo conosciuto, pur con alterne vicende, dall’Unità d’Italia in poi. Quello che sembra prevalere è un “nobile” conservatorismo.

Nei trent’anni successivi è cambiata molto l’Italia, la velocità di tali cambiamenti ha conosciuto modi e tempi diversi per Livorno: l’industria pubblica è scomparsa per dare spazio alle multinazionali e il porto ha perso il suo primato per i contenitori. Ed allora ricominciare a capire significa interrogarsi su come può stare Livorno in questo mondo della globalizzazione.

Proprio perché penso che lo sguardo lungo della storia sia utile per ascoltare e capire la storia mentre si fa, ricordo quanto scriveva Furio Diaz, sindaco della Liberazione e storico dell’Illuminismo: «In tempi ferrei e oscuri di autoritarismo monarchico, di settorialismo economico, di stasi delle intraprese produttive, di compressione delle attività individuali, quella che agli inizi era apparsa la maledetta città dei forzati e dell’area malsana, poté originare spunti di cosmopolitismo, di spregiudicato rapporto fra popoli diversi, di originali iniziative economiche che neppure i futuri stati di diritto dell’età liberale, ancorati specialmente all’inizio a contrasti di classe e di nazioni, saranno per molto tempo in grado di recepire».

È da visionari pensare di ritessere quel filo rosso di una storia che ha visto Livorno divenire il porto più importante del Mediterraneo e una città glocal ante litteram? Insomma poiché penso che la crisi è anche “culturale”, dobbiamo provare a cambiare la testa della città, provare a cambiare il modo di pensare e di pensarci. Occorre sconfiggere con le idee e con i fatti una certa rappresentazione per cui Livorno è “ultima ruota del carro”.

La fase che stiamo attraversando ci dice che nessun soggetto politico e amministrativo e nessun soggetto socio-economico, tanto più in tempi di risorse scarse per tutti, è in grado da solo di realizzare una strategia d’azione: allora perché non pensare a dare vita a un vero e proprio piano strategico, di cui l’accordo di programma può costituire il volano?

Non mancano energie, competenze, anche tra le giovani generazioni, da mettere in campo; si intravedono segnali e indicazioni di lavoro sia sul fronte porto che sul fronte dell’innovazione tecnologica e digitale. Linguaggio, senso comune, rappresentazioni debbono intrecciarsi con lo sviluppo della città, con una idea del suo divenire. E allora “livornesità” significherà non solo guardare con occhi nuovi al Mediterraneo ed essere porta per la Toscana, ma poter alimentare il connubio creativo tra le proprie radici storiche e i fattori innovativi di una nuova economia e socialità come quella digitale.

Dagli aspetti portuali, logistici e mercantili a quelli ambientali, da quelli culturali a quelli turistici, Livorno e la costa avrebbero le potenzialità per essere attrattive di intelligenze, di risorse, anche di nuove forme di organizzazione economica. Oltre una bella iniezione di autostima occorre che vi sia la piena consapevolezza che “l’insieme è più grande della somma delle parti”. Storia, bell’aria e innovazione si possono intrecciare. Gli esperti di marketing e di storytelling potrebbero parlare di “livornesità 2.0”.

Livorno fuori dal (luogo) comune

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di Redazione web