Toscana
Nei lapislazzuli dei Medici il blu magico del mare livornese
Al Museo degli argenti una mostra sui preziosi lapislazzuli dei Medici: c'è anche la tavola del Seicento che rappresenta Livorno con il suo porto, le sue torri e il suo mare
Vi aspetta un tuffo nel blu, il colore del mar Tirreno e delle acque che lambiscono Livorno. Una singolare full immersion fatta di intense trasparenze e delicati riflessi. Basta andare a Firenze, al piano terra di Palazzo Pitti dove c’è il Museo degli Argenti. E dove, fino all’11 ottobre, per “Un anno ad arte”, risplende il magico blu del lapislazzuli, la rara e preziosa pietra, carica di significati alchemici, nota per le sue qualità mediche, tanto da farci pillole e amuleti contro malinconia e pene d’amore, estratta dalle cave tra le montagne dell’Afghanistan), l’unico giacimento noto nell’antichità, visitato anche da Marco Polo.
La mostra, ideata e curata da Gian Carlo Parodi (mineralogista del Museum national d’histoire naturelle di Parigi) “sfrutta”, amplificandolo, uno specialissimo giacimento di stanza in queste sale. Gli Argenti infatti custodiscono una straordinaria raccolta di vasi intagliati in lapislazzuli, dalle forme ispirate dagli artisti del manierismo, che rappresenta una collezione unica al mondo, iniziata da Cosimo I de’ Medici a metà del Cinquecento e accresciuta soprattutto per volontà di Francesco I che ingaggiò da Milano i fratelli Gian Ambrogio e Gian Stefano Caroni, i più grandi specialisti dell’epoca, e proseguita, alla sua morte, dal fratello Ferdinando, che gli succedette alla guida del Granducato. «Si tratta di una mostra mirata non solo all’approfondimento di manufatti artistici ma rivolta anche all’aspetto più prettamente mineralogico» sottolinea Giovanni Pratesi, direttore del Museo di storia naturale dell’università di Firenze (alla Specola è ospitata una sezione della mostra dedicata agli aspetti scientifici).
A Pitti il percorso si articola in quattro sezioni. La prima, titolo “Dalla natura all’artificio”, presenta una selezione di campioni di lapislazzuli di varia formazione e provenienza a diretto confronto con i massimi raggiungimenti nell’utilizzo della pietra in vasi, coppe, catini, boccali, stipi, scacchiere. La seconda racconta l’evoluzione dell’utilizzo del lapislazzuli nel primo Seicento in due ambiti, quello del commesso e quello della pittura sulla pietra, al cui vertice sta il piano di tavolo con la “Veduta del porto di Livorno” su disegno di Jacopo Ligozzi, una manifattura granducale realizzata da Cristofano Gaffurri nel 1601/1604. Si tratta di un mosaico di pietre dure di 107 centimetri per 94, che solitamente è conservato agli uffizi, e mostra com'era Livorno tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo. La terza mostra come, nel momento in cui il lapislazzuli diventa sempre più raro, la pietra viene destinata a oggetti profani e a suppellettili sacre. La quarta, infine, risale per via analitica al prezioso pigmento che si ricava dalla macinazione, partendo dall’azzurro oltremarino per arrivare Yves Klein, l’artista che al blu ha dedicato la sua vita, tanto da farne un marchio depositato. Catalogo Sillabe. Info 055 294883 e www.unannoadarte.it
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