Calafuria, la torre-simbolo è transennata da due anni
L’edificio è vuoto dall’estate del 2013 quando ci fu un cedimento e Fremura lasciò Il Comune per ora resta fuori, al Demanio bussano privati e una fondazione
LIVORNO. Era il 23 settembre del 2013: dal ballatoio e dal tetto vennero giù laterizi e pezzi di pietra. Alcuni bagnanti li videro rotolare sul prato, fin quasi agli scogli. Quegli scogli che per i livornesi sono letteralmente intoccabili, un po’ come il divano e le pareti di casa. Così sul posto arrivarono vigili del fuoco, tecnici della protezione civile, responsabili del Demanio. E alla fine, in pochi giorni, tutta l’area fu transennata e messa in sicurezza.
Oggi, a distanza di quasi due anni, la Torre di Calafuria è ancora così: vuota e transennata, con le impalcature che si mangiano l’arco e la scalinata. Sempre bella, ma chiusa, silenziosa e invecchiata.
È un gigante ferito. E una ferita nella Livorno che forse più parla di Livorno. Perché un po’ come i Quattro Mori o il Libeccio, questa torre di avvistamento medicea che sorveglia il mare e la scogliera da secoli, è diventata col tempo uno dei simboli della città.
Per la seconda estate consecutiva resterà così: ingabbiata e vuota, un pugno in un occhio nella cartolina del Romito. Perché? La torre non è di proprietà del Comune: è un bene del Demanio (non marittimo, ma artistico e storico). Per un quarto di secolo, fino all’estate del 2013, è stata lo studio del pittore e vignettista Alberto Fremura, che già sei mesi prima del crollo aveva comunicato al Demanio che non avrebbe rinnovato la concessione, che sarebbe scaduta nel dicembre del 2013. Morale della favola: la manutenzione ordinaria e straordinaria sarebbe stata a carico del concessionario, ma nel frattempo la torre è rimasta senza inquilini.
Fino a oggi non sono stati fatti bandi per riassegnarla. Né risulta che lo Stato abbia investito un euro, se non per la messa in sicurezza. L’impalcatura centrale, infatti, serve soprattutto per evitare che eventuali calcinacci colpiscano chi percorre il corridoio esterno per raggiungere la porta di ingresso. Un po’ come le transenne esterne, dove l’erba cresce. L’area intorno, tra l’altro, è molto frequentata d’estate, tra i bagnanti e i vicini bar-discoteca e centro subacqueo.
Va detto che il Demanio non se ne è dimenticato. Ma dare nuova vita a questo gioiellino sembra un’impresa. Il Comune, per il decreto legislativo 85/10, potrebbe vedersi attribuire gratuitamente l’immobile, per valorizzarlo. Insomma, all’ente pubblico sarebbe riconosciuto un diritto di precedenza, ma almeno fino a oggi non ha mai manifestato formalmente il suo interesse.
Niente, comunque, può essere escluso, anche perché di contatti tra il Demanio e il Comune ce ne sono stati e si sa che alcuni mesi fa i rappresentanti della nuova amministrazione hanno chiesto e ottenuto di fare un sopralluogo nella torre. Il problema è che prenderla, seppur a costo zero, vorrebbe dire accollarsi anche la manutenzione, in un momento non proprio florido per le casse degli enti locali. Sempre tenendo presente che il Comune dovrebbe comunque pensare a come utilizzare al meglio la struttura: tre stanze (una per piano) collegate da una scala ripida, senza servizi (se non la luce) e una vista mozzafiato.
Lo Stato, dal canto suo, non avendo finalità per usi governativi, non sembra sapere come gestire l’immobile, se non attraverso l’assegnazione a terzi.
Si sa che in questi due anni qualcuno si è fatto avanti. Un’impresa edile, ad esempio, avrebbe voluto il bene in concessione per trasformarlo nella sua sede-studio di prestigio.
Ma il Demanio non ha ancora pubblicato bandi. Anche perché – stando ad alcune indiscrezioni – l’intenzione sarebbe quella di provare almeno a garantire un utilizzo più pubblico possibile. Ed ecco il colpo di scena: ad aprile una grande fondazione legata al mondo dell’ambiente ha fatto un sopralluogo nella torre. Chissà che questo interessamento non si trasformi in qualcosa di più. Per ora restano le impalcature.
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