Il Tirreno

Livorno

Nogarin messo alla prova

di MAURO ZUCCHELLI
Nogarin messo alla prova

I guai della squadra, il duello sul porto, l’eredità difficile: cercasi nuova classe dirigente

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di MAURO ZUCCHELLI

Magari se lo immaginava anche Filippo Nogarin, quella notte post-trionfo elettorale, di entrare a Palazzo Civico come un «apriscatole in una scatoletta di tonno», secondo l'immagine-simbolo con cui la premiata ditta Grillo & Casaleggio ha descritto l'ingresso delle avanguardie pentastellate in Parlamento. A distanza di dodici mesi, sembra quasi una beffa perfino la prima idea consegnata all'euforia del brindisi: al posto dei bus gratis («certo non domattina ma come orizzonte per il quale impegnarsi») sono arrivati i tagli al trasporto pubblico locale (400mila euro) e il mancato trasferimento nel nuovo deposito bus, già pronto eppure vuoto.

EREDITÀ DIFFICILE

La rivoluzione pacifica dei Cinque Stelle alla conquista del Comune “rosso” deve fare i conti con una eredità difficile e una strada tutta in salita. Ingenuo credere che le cose si cambino in un giorno ma troppi aspetti sono rimasti solo alle enunciazioni: il “no” all'ospedale a Montenero è stato forse l'elemento coagulante del malessere anti-Pd e ha ben interpretato uno stato d'animo diffuso ma, benché ribadito mille volte, attende di essere trasformato in atti formali (e che si passi a disegnare comunque un altro modello di sanità).

Inutile dire che, in un assetto di potere in mano al Pd, si moltiplicassero gli scontri istituzionali. Il più duro riguarda il porto: Nogarin mette nel mirino la Regione e soprattutto l'Authority (e il suo Prg). Lo fa perché scommette su un'altra idea di porto in cui non sono i container a dettare la danza. È per questo che pianta una grana sotto gli occhi dei possibili investitori sul dossier Osc.

Non è tutto. Sulle tasse locali quel che è stato fatto va in senso contrario rispetto a quanto annunciato prima del voto: la manovra finanziaria municipale nasce malamente per cercare di scagliarla contro il premier Renzi, però a pagarne davvero lo scotto in concreto saranno soprattutto le famiglie con i redditi medio-bassi.

Colpa del fatto che il governo centrale spreme i Comuni mettendoli di fronte a un aut aut: o alzi le tasse o chiudi i servizi essenziali. Non è bisogno che arrivino rivoluzionari M5S a dirlo, anche il predecessore Pd Cosimi l'ha ripetuto tante volte.

Basta un passo ed ecco che dai malanni della finanza locale si balza a quelli delle ex munipalizzata. Una su tutti: l'Aamps, che con una forte spinta alla raccolta differenziata avrebbe dovuto essere il fiore all'occhiello di uno stile di governo M5S.

Invece proprio qui si è visto un bailamme. A cominciare dall’incredibile rovesciamento di ruoli su una tagliente interpellanza firmata da Cannito: è stata la nuova amministrazione pentastellata a cercare di evitare l’audizione dei vecchi sindaci revisori (mentre il Pd era favorevole), eppure il collegio aveva sparato cannonate sulle scelte della precedente amministrazione Pd nella seduta in commissione.

Fuori dal Palazzo, invece, esploderà il caso Cooplat con lo choc della durissima protesta degli spazzini (l’immodizia gettata ovunque e una addetta sul tetto del Comune): se ne uscirà grazie anche alla mediazione del prefetto.

«IL NOSTRO STEVE JOBS»

Al timone dell’Aamps il sindaco chiama Marco Di Gennaro: lo presenta come «il nostro Steve Jobs». Eppure nel giro di qualche mese diventa il parafulmine di ogni intoppo: scavalcato, poi sospeso, infine reintegrato ma in posizione minore.

La tempesta all’Aamps dice quanti tentennamenti abbia avuto Nogarin nel costruirsi la squadra di governo: basti aggiungere che aveva inserito come consulente, ma di fatto poco meno che plenipotenziario, Andrea Marzovilla: alle spalle anche il fallimento di una sua società. Da aggiungere che un assessore come Gianni Lemmetti e dirigenti-chiave come Sandra Maltinti (direttore generale) e Simone Pedonese (dirigente dell’urbanistica) sono finiti nel mirino dei giudici (uscendone poi indenni) per vicende in altre città.

È il problema di come creare il team di governo: via la classe dirigente legata al Pd, e quella nuova dov'è? Salta fuori qui tutta la telenovela della nascita della giunta a pezzi e a bocconi: ci si potrebbe soffermare su aspetti comici come la nomina “a rate” della propria squadra (completata solo 78 giorni); come la buffa presenza dello stralunato “sceriffo” alla presentazione di due assessori; come la revoca di un assessore (Corradini) licenziata a furor di meet up poche ore dopo la nomina; come il presidente della Spil (Giani) che dopo esser stato nominato ringrazia e respinge al mittente l'incarico.

CERCASI CLASSE DIRIGENTE

Zoppicano queste prove tecniche di ricambio della classe dirigente. Per quattro motivi. Uno: il partitone era stato “mamma-tutto” e ha lasciato crescere poco il dinamismo autonomo della società. Due: proprio la società civile, che pure non manca di talenti in molti campi, sembra chiamarsi fuori e restare alla finestra. Tre: non è sbarcata qui una squadriglia di esperti di rango nazionale spedita dal tandem Grillo-Casaleggio. Ma è soprattutto il quarto tassello del puzzle a essere decisivo: la composizione della giunta nasce davvero dall'esame dei curriculum, e in gran parte si tratta di persone non-M5S. Un merito? Sì, ma da leggere in tandem con altri aspetti: 1) la rivendicata verginità politica glorifica la mancanza di esperienza, sparisce dal radar chi ha una storia in cui ha agito in un'ottica di governo di qualunque tipo; 2) il processo decisionale M5S è così impermeabile che vi ha battuto il naso qualunque fra i alleati del ballottaggio abbia anche solo provato a influirvi dall'esterno.

È proprio questo ad aver ribaltato il clima in consiglio comunale. Se sulla scia della campagna elettorale 2014 all'inizio il Pd è isolato contro tutti gli altri (opposizioni comprese), adesso è il M5S a esserlo (eccetto un feeling a corrente alternata con Cannito) e anzi di recente si sono moltiplicate gli scontri fra maggioranza e giunta, tanto da far credere imminente un rimpasto.

E FRA QUATTRO ANNI...

Al termine di un anno targato Nogarin il voto di domenica scorsa ci consegna un doppio paradosso. È vero che nelle urne si sono contate oltre 3.600 crocette in meno sul M5S eppure la fuga di 28mila elettori verso l’astensione ha fatto sì che la percentuale cresca di tre punti rispetto al 2014: insomma, dopo un anno in salita i Cinque Stelle mettono radici.

Al tempo stesso, però, il M5S ora conta su una dote di neanche 13mila voti e fra quattro anni il sentimento anti-Pd non potrà essere l’unica ricetta per tenere insieme il fronte che al ballottaggio ha fatto vincere Nogarin. Intanto, spunta la Lega come possibile antagonista del Pd, ma da posizioni di destra-destra: e ora in un seggio su sei è già il secondo partito.

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