La protesta
Baci, saluti e sfoghi, Polinti torna in aula: «Questo è peggio dell’altro processo»
Livorno, il ritorno in aula del presunto capo della banda degli amici: è accusato di essere al vertice di un’organizzazione criminale
LIVORNO. Andrea Polinti, 48 anni, è tornato nell’aula B del tribunale di Livorno a distanza di tre anni. L’ultima volta era il 23 luglio 2012: lui era un uomo libero e i giudici del collegio B stavano per leggere la sentenza con la quale lo assolvevano dal reato di usura di cui era accusato con altri due imputati.
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“Andreone” - come lo chiamano gli amici - stavolta è tornato a Palazzo di Giustizia dentro ad un mezzo della polizia penitenziaria che in mattinata lo ha trasportato dal carcere di Prato, dov’è detenuto dal 18 settembre scorso, fino a via Falcone e Borsellino. Camicia bianca e jeans, proprio come tre anni fa, entrando in Tribunale sorride alla sua claque - fatta di parenti e amici - posizionati in fondo all’aula.
È dimagrito rispetto a nove mesi fa, quando venne arrestato da carabinieri e finanza con l’accusa di essere il boss di un’organizzazione che gestiva il crimine tra Livorno e la provincia. Ma non ha perso quella sfacciataggine fatta di sorrisi, baci e linguacce di chi, in pubblico, ha sempre vissuto sopra le righe. Poi passando davanti alla zona dove si siedono sempre i giornalisti dice, prima di sedersi dietro ai suoi legali: «È uguale all’altro processo, anzi è peggio: scrivetelo».
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Poche parole per lanciare un messaggio e spiegare come dal suo punto di vista il dibattimento che inizierà pochi minuti più tardi sia meno credibile di quello nel quale era accusato di usura. Ma proprio alcune testimonianze di quel processo sono al centro di uno dei capi d’imputazione dal quale Polinti dovrà difendersi.
In particolare - secondo gli investigatori - due testimoni vennero indotti dallo stesso Polinti a raccontare al suo avvocato il falso per far cadere le accuse. Ma il quadro nei confronti di Polinti è ben più complicato. Secondo l’accusa, infatti, è stato «il promotore e capo indiscusso dell’associazione, nonché esecutore materiale delle intimidazioni, pestaggi, minacce, violenze personali, estorsioni e dei prestiti ad interesse, nonché finanziatore delle truffe». Un quadro che nel caso di condanna potrebbe portare ad un pena complessiva superiore ai dieci anni di reclusione.
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