Il Tirreno

Livorno

"Perdonaci don Carlo se ti abbiamo lasciato solo". Chiesa strapiena per il funerale (senza il vescovo)

Mauro Zucchelli
Don Albizzi benedice la bara  di don Carlo durante il funerale (Silvestri Pentafoto)
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Don Albizzi benedice la bara di don Carlo durante il funerale (Silvestri Pentafoto)

Livorno. La chiesa di San Simone a Ardenza non ce l'ha fatta ad accogliere tutti i fedeli al funerale di don Carlo Certosino, il parroco che si è tolto la vita lunedì 1 giugno. La predica di don Albizzi è stata una "lettera a don Carlo", suo amico fin dai tempi del seminario

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LIVORNO. “Dentro di noi c’è un dolore sordo e profondo, c’è sgomento e disorientamento: forse ti abbiamo lasciato solo, ti abbiamo abbandonato, non abbiamo saputo cogliere fino in fondo i segnali che tu ci mandavi. Perdonaci, Carlino”. Al funerale del parroco di Ardenza morto suicida ha la gola inchiodata da uno schianto di commozione, don Luca Albizzi: è lui, che con don Certosino aveva condiviso gli anni del seminario e una lunga amicizia fraterna durata un quarto di secolo, a esser stato indicato dal prete per la liturgia funebre.

Il vescovo non c’è: lo ha chiesto don Carlo e, del resto, dopo le polemiche sul trasferimento la sua presenza avrebbe  gettato benzina sul fuoco. Monsignor Giusti aveva offerto la cattedrale per  l’ultimo abbraccio al prete ardenzino ma fin dal primo momento i parrocchiani e la famiglia hanno detto che l’unico posto che avrebbe potuto accogliere l’addio a don Carlo non poteva che essere la “sua” parrocchia di San Simone. L’avevano ripetuto i tanti parrocchiani che erano lì alla veglia serale di preghiera, dieci ore dopo il ritrovamento del corpo senza vita di don Carlo nel sottotetto della canonica. E prima di loro l’aveva detto, riaprendo simbolicamente le porte della chiesa, quasi come in un grido, don Felice Munaro, anziano ex parroco di Santa Rosa, stesso vicariato di don Carlo e stesso look tradizionalista con la tonaca ottocentesca che è quasi un modo di presentarsi al mondo, altro che clergyman oppure polo, jeans e sneakers.

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L'omelia di don Albizzi al funerale di don Carlo

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“Il tuo carattere spesso non ti aiutava e tu lo sapevi bene”, racconta don Albizzi nella predica-lettera all’amico morto: “Le tue rigidità, la tua apparente durezza, il tono polemico che ti distingueva sempre duramente le discussioni. Eri un solitario, ma bastava saper andare oltre l’apparenza e si scopriva un mondo: una bontà infinita, unita a una grande generosità, una sensibilità che parlava di una storia dolorosa e piena di ferite, un’acuta e curiosa intelligenza, una buona cultura”.

Don Albizzi sottolinea poi che “insieme al vuoto” don Carlo lascia “un invito che diventa anche un insegnamento: imparare a fare silenzio, tacere , essere umili e più misericordiosi verso gli altri”. E ai cronisti che, fuori, dopo la messa, gli chiederanno dello scontro fra l’amico prete e il vescovo, dirà: “Le polemiche vanno lasciate da parte, questa storia ha bisogno di tutto tranne che di parole inutili e vuote”.

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