Il Tirreno

Livorno

«Io prete, da solo ogni giorno in trincea»

di Mauro Zucchelli
«Io prete, da solo ogni giorno in trincea»

Vite da sacerdote al tempo della crisi (e di Facebook): la fede difficile, il supermarket dei sacramenti e l’assedio del disagio

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LIVORNO. «È come se avessi nel mio negozio di vecchi dischi di vinile, le più belle incisioni del mondo, eppure mi accorgo che alla gente basta scaricare una robaccia qualunque da Youtube: non so come ma s'accontenta. È un paragone sconclusionato, ma forse ti fa capire perché mi arrabbio quando sento che, parlando di noi preti, dicono che tutto si risolverebbe facendoci prendere moglie e invece sento questa sensazione di vuoto. Anzi, per meglio dire: di aver tanto da poter dare ma pochi te lo chiedono». Lui è uno dei (pochi) preti in servizio a Livorno: mezz’età passata da un pezzo, è una delle voci che abbiamo incontrato in questa sorta di viaggio nell’essere prete qui a Livorno.

Forse non c’entra la sofferenza e il disagio di don Carlo o forse proprio sì, anzi magari ne era la base: nessuno vuol parlare con nome e cognome davanti al taccuino del cronista, meglio il patto di parlare in libertà per capire cosa significa davvero fare il prete a Livorno oggi.

Un prete ogni 2.114 fedeli

Sì, uno dei pochi: nel senso che ce ne sono 90 per 48 parrocchie, dice l'Annuario Pontificio. Meno della metà dei 203 di Lucca o dei 190 di Pisa. Ed è una cifra puramente teorica: quasi la metà ha più di settant'anni, uno su dieci oltrepassa la soglia degli ottanta. In realtà, dal punto di vista operativo si conta su poco più di un prete per parrocchia. Sempre a dar retta al più recente dei dossier sfornati con cadenza annuale dalla Santa Sede, nella diocesi di Livorno si conta un prete ogni 2.114 fedeli. Un raffronto? A Pisa sono uno ogni 1.693 cattolici, a Lucca uno ogni 1.552, a Massa uno ogni 1.391, a Volterra uno ogni 1.213...

L’integrazione di preti stranieri? Non è tanto un problema di accettazione da parte della base dei fedeli, semmai la questione è il frequente turn-over (e una indagine diceva che sotto i 50 anni erano ormai il 60%).

A dar ascolto alla base dei preti, non è tanto una crisi di senso o una crisi di fede: anzi, papa Francesco sembra aver restituito la prospettiva di una Chiesa meno rinchiusa nelle sacrestie. Eppure basta girare fra i preti dei quartieri per sentirsi raccontare della fatica di stare in prima linea. Spesso da soli. «È come stare in trincea ogni santo giorno: nessuno – racconta uno di loro – può avere un’idea di quanta disperazione bussi a qualsiasi ora alla mia porta. Alla mia, come a quelli di tanti altri preti. Lo sapevo dall’inizio che la mia è una vocazione e non un mestiere con gli orari d’ufficio, ma qui c’è una valanga di problemi altrui che ti vengono scaricati addosso. Magari ingarbugliatissimi: avresti bisogno di tempo, risorse e pazienza, invece capita che sei un essere umano anche tu e ti senti stanco. Sfinito, perché sai che domani sarà uguale».

Soli nella trincea del disagio

Colpa forse del fatto che a livello territoriale non c’è rimasto più niente o quasi. Le circoscrizioni? Cancellate. Circoli di quartiere? Praticamente spariti o trasformati tutt’al più in bar. I servizi municipali? Con i tagli al sociale è con gli strumenti ridotti al minimo. Risultato: si bussa alla parrocchia, come fosse un surrogato della rete di stato sociale che o non c’è più o s’è talmente sbrindellata da non farcela a reggere l’urto dell’esercito di povericristi travolti dalla crisi.

Poi ci sono messe e sacramenti: il “core business” della Ditta, direbbero gli economisti. «Devi lottare ogni volta con l’effetto bancomat», dice un altro fra i sacerdoti interpellati: «Servizi religiosi pronto uso, basta che impegnino il più breve tempo possibile e il catechismo non intralci la gitarella domenicale o la partita del bimbo in trasferta. Come se parlassimo del morbillo o della spesa all’Ipercoop». Aggiungendo poi: «Vorrei dir loro cose importanti sul senso della vita, sul fatto che il Signore è misericordioso e puoi affidarti a lui anche nella notte più buia. Non voglio convincerli, ma semplicemente offrirgli la possibilità di valutare quei valori che per me sono stati così importanti da trasformarmi la vita. Invece niente: fare alla svelta e via, come in un supermercato».

Dipenderà forse dall’incremento della produttività o dall’individualismo crescente, fatto sta che gli spazi di socialità si restringono. «È come se la gente non avesse mai tempo per sé o per i propri figli: è per questo che provi a mettere in calendario occasioni di convivialità perché neanche fuori ce ne sono», dice un prete.

Magari non è vero che la socialità sparisce: semmai trasloca sui social network («ma Facebook è il regno dei legami debolissimi, nessuno appartiene a nessuno»). Però è lì che il prete deve essere se non vuol stare lontano dalle “piazze” che frequentano i suoi parrocchiani: don Paolo Razzauti, rettore del seminario, è sui social fin dal 2009 e ora da 2.132 amici; don Francesco Fiordaliso, parroco a Castiglioncello, c’è dall’anno prima e ha 1.124 amici; don Francesco Galante (Salesiani) ne ha poltre duemila e don Fabio Menicagli quasi 1.600. Ma su Fb si affacciano anche don Ordesio Bellini, don Rosario Esposito, don Federico Locatelli, don Michele Esposto, don Jean Michel Moukouba, don Italo Caciagli, don Raffaello Schiavone e via elencando.

L’antidoto alla solitudine

«Ma è sempre più difficile far uscire la gente dal proprio guscio», conferma un altro prete. «Provi a costruire reti di relazioni creando gruppi e moltiplicando opportunità di incontro. Ma devi fare i conti con il tempo disponibile che è sempre meno. E ti arrangi come puoi a costruire un senso di comunità».

Già, è l’unica spinta all’aggregazione che è rimasta sul territorio diffuso, quartiere per quartiere. «Serve alla gente e, lo confesso, un po’ serve anche a me – afferma un prete – perché è la comunità il miglior antidoto contro la solitudine sempre in agguato». Ciascun prete vive per conto proprio: la sera rischia di tornare a casa e aver davanti a sé solo il muro con cui poter fare due parole.

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