Il Tirreno

Livorno

Il vescovo: era più sereno, aveva scelto la nuova sede

Il vescovo: era più sereno, aveva scelto la nuova sede

I parrocchiani: era in ansia per i debiti per il restauro della chiesa

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LIVORNO. «Nell'ultima settimana i rapporti si erano fatti molto più sereni». Parte da qui il vescovo Simone Giusti, in una intervista al giornale on-line della diocesi, dopo il suicidio di don Carlo Certosino, il parroco di Ardenza che si era ribellato al trasferimento.

Proprio su quest'aspetto del rifiuto, monsignor Giusti sottolinea che, a suo giudizio, non c'erano più motivi di tensione: «In una sua lettera inviatami qualche giorno fa mi annunciava – afferma – la sua disponibilità a lasciare la parrocchia di San Simone così come concordato con lui più di un anno fa e mi diceva anche la data in cui avrebbe salutato i suoi parrocchiani: domenica 21 giugno».

Eppure era datata 28 maggio la più aspra delle lettere di don Carlo al vescovo trovate nella canonica dopo che il prete di San Simone era stato rinvenuto senza vita nel sottotetto. L'unica spiegazione possibile è che il parroco la missiva non l'abbia inviata al vescovo (che nega di averla ricevuta) e l'abbia invece messa nel cassetto come un disperato messaggio a futura memoria.

Nel frattempo spunta anche la questione dei debiti della parrocchia. Sono i parrocchiani a ricordare che «quando è venuto qui a San Simone don Carlo ha trovato debiti legati ai lavori di restauro della chiesa e della canonica più il campanile». Poi – aggiungono i fedeli – c'è il salone parrocchiano che è inagibile e quindi non si può usare («se avessimo potuto affittarlo qualche soldo sarebbe potuto rientrare»).

Il campanile è stato rifatto e una parrocchiana come Maria Grazia Dell’Acqua sottolinea che il parroco ci ha rimesso del suo per pagare il mutuo dei lavori: «Lui non ci dormiva la notte, noi facevamo le torte da vendere per ricavare qualche soldo. Le campane sono state restaurate e sono a posto, ma c'è ancora da pagarle; poi c'è il parafulmine da rimettere a posto il portone e il tetto dove ci sono le infiltrazioni e il cornicione che è stato rifatto ma va pagato. Sono un'angoscia senza fine i lavori qui».

C’è anche un altro tassello del puzzle: ed è quello delle lettere trovate nella canonica. Si era diffusa l’indiscrezione secondo la quale erano state rinvenute sette lettere-testamento a firma di un altro sacerdote, in servizio a San Simone prima di don Carlo e che di don Carlo era il suo padre spirituale. In serata, con un nuovo post sul proprio giornale web, la curia rende nota la testimonianza di don Ivano Costa, il vicario generale fra i primi a entrare nella canonica dov’era stato appena scoperto il corpo di don Carlo. «Quando sono arrivato – dice don Costa – ho potuto constatare che vi erano delle lettere lasciate da don Carlo, le ho viste, erano se non sbaglio sette, di quattro ricordo l’intestazione: al vescovo, a don Alberto Vanzi, a don Luca Albizzi, ai confratelli del clero di Livorno ed altre tre mi pare a dei laici ma non ne ricordo i nomi». Poi aggiunge che «le lettere erano chiuse e ho potuto leggere solo l’intestazione riportata sulla busta»

Se i parrocchiani raccontano ai cronisti d’un don Certosino che «non sembrava più lui», è invece del tutto differente il racconto che monsignor Giusti fa della nella fase più recente: a lui risulta che, anzi, il clima si era rasserenato. Al punto che il giornale diocesano ripete che non c'erano state avvisaglie né dai parrocchiani né dai familiari: «Mentre nelle settimane scorse avevo ricevuto tante lettere dai suoi parrocchiani che mi raccontavano lo stato d'animo di don Carlo, – tiene a ribadire il vescovo – in questi ultimi giorni neppure un biglietto che mi accennasse o mi facesse pensare che le cose stavano precipitando. Da quanto so, nessuno degli amici o familiari di don Carlo, aveva avuto la percezione di quanto si stava preparando».

Il pastore della diocesi ricorda che «in un'ulteriore lettera fattami pervenire alla fine della scorsa settimana, metteva per iscritto la sua rinuncia ad ogni azione di rivalsa presso la Santa Sede a proposito del trasferimento». Era stata trovata anche una collocazione: sarebbe andato a Volterra, lo aveva chiesto lo stesso don Carlo quando aveva chiesto al vescovo di poter «andare a esercitare il ministero pastorale con i suoi vecchi amici di seminario», nella diocesi di Fiesole o in quella di Volterra.

Don Carlo – afferma il presule – è stato «ricevuto mercoledì scorso dal vescovo Mario Meini di Fiesole ma non ha potuto accontentarlo perché in questo momento Fiesole non ha parrocchie disponibili, mentre invece la diocesi di Volterra aveva dato l'assenso per accogliere don Carlo».

Monsignor Giusti riferisce che il vescovo di Fiesole gli ha raccontato «lo stupore dei suoi stessi amici fiesolani che, avendolo sentito e visto nei giorni scorsi, ne avevano tratto una impressione di un uomo che stava superando, sia pure a fatica, un momento delicato della sua vita». Insomma, – aggiunge – avevano visto «don Carlo più sereno e grato per le porte aperte trovate». Poi ribadisce: «Nei giorni scorsi aveva anche incontrato il suo successore, don Valerio Barbieri, lo aveva accolto molto cordialmente e avevano iniziato a concordare i dettagli dell'avvicendamento».

Di fronte alla domanda su cosa sia accaduto, il vescovo Giusti risponde: «Non saprei proprio dire, mi auguro che gli inquirenti ci aiutino a fare luce su di un fatto tanto inaspettato quanto doloroso». Non gli resta che invitare «tutte le parrocchie della diocesi, a celebrare mercoledì per il nostro confratello don Carlo», poi conclude: «Credo che al momento – afferma il presule – l'unica seria cosa da fare sia pregare e invocare la misericordia di Dio».

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di Redazione web