Gioco
«Non mi cercate» l’addio di don Carlo
Il parroco di San Simone si è tolto la vita nella canonica Alla perpetua ha lasciato un biglietto: non voglio che mi trovi
LIVORNO. L’ultimo calice amaro don Carlo Certosino non è riuscito ad allontanarlo da sé. L’ha bevuto tutto, in un solo sorso, nel silenzio della soffitta della canonica della chiesa di Ardenza. Da solo. Non lo ha salvato la fede, e neanche l’affetto dei parrocchiani e dei suoi cari. Ieri mattina si è tolto la vita impiccandosi a una trave, nel sottotetto della casa parrocchiale in via del Pastore. Un gesto dai fortissimi connotati simbolici, che ha lasciato sgomenti i fedeli della chiesa di San Simone, di cui era parroco da 14 anni, ma anche il quartiere e l’intera città. Alla base della tragedia, ci sarebbe un profondo malessere, legato anche alla decisione del vescovo Simone Giusti di spostarlo alla parrocchia di Santa Caterina. Un trasferimento che don Carlo aveva fortemente contestato, anche pubblicamente: sapeva da un anno che avrebbe dovuto lasciare Ardenza, ma non l’aveva mai accettato. «La chiesa di Santa Caterina va bene per chi ha appena iniziato il sacerdozio, non fa per me», aveva detto due domenica fa alla messa.
Tanta rabbia nell’animo di don Carlo, e anche delusione. Il sacerdote, in extremis, aveva chiesto di poter tornare a Fiesole, dove aveva studiato ai tempi del seminario. Ma pare che proprio l’altro ieri, domenica, il prete abbia saputo ufficialmente che anche questa possibilità era sfumata. Una situazione che ha acuito il suo malcontento.
Don Carlo ci dorme su, ma le ore che lo separano dal lunedì nero sembrano interminabili. Ed ecco che la mattina di ieri, per don Certosino, inizia presto. Alle 8.30 ci sarebbe la messa quotidiana, ma lui non la celebrerà. Intorno alle 8, il grande portone verde di San Simone apre comunque i battenti ai fedeli. È un gesto rituale, che il prete compie ogni mattina. Ma ieri non è un giorno qualunque. Don Carlo sa cosa lo aspetta: ha pianificato nel dettaglio la sua fine. Chissà quali siano le sue intenzioni e a chi rivolga le sue ultime preghiere.
La luce filtra lieve dalle grate della soffitta della canonica mentre don Carlo si prepara al trapasso: prende una corda, uno straccio e un panchetto. Sono i suoi strumenti di morte. Stretto in una maglietta bianca e in un paio di pantaloni grigi, sale le scale che lo dividono dall’inferno. A metà del cammino lascia un foglietto con una penna. Il suo ultimo pensiero è per Laura, la perpetua. Si preoccupa per lei e per gli altri parrocchiani a lui più intimi, che come ogni giorno, a metà mattinata, si recheranno in canonica per sistemare le cose. Don Carlo scrive un bigliettino rivolto a lei e a loro: “Sono in soffitta, chiama il 118, non voglio che mi trovi tu”. Quelle parole suonano come un epitaffio. Laura non crede ai suoi occhi, ma è più forte di lei: corre su verso la soffitta e la scoperta del corpo del parroco, ormai senza vita, è una pugnalata.
Sono circa le 11.30 quando scatta l’allarme al 113. Il resto è cronaca: i primi ad accorrere sono i volontari della Misericordia di via Verdi, insieme al medico del 118, e gli agenti delle volanti. Sul posto si precipita anche Massimo, fratello gemello del prete, seguito dopo un’oretta dalla anziana madre, 81 anni: entrambi resiedono sul Pontino, il quartiere dello stesso Carlo. Poi giungono don Paolo Razzauti, don Alberto Vanzi e altri sacerdoti, tra cui don Felice.
Ma soprattutto ad affollare il piazzale della chiesa sono i parrocchiani, sconvolti dalla notizia e arrabbiati con il vescovo e con la diocesi per «aver lasciato solo» il parroco. In via del Pastore ci sono anche gli investigatori della mobile e della scientifica, che si occupano dei rilievi fotografici. Non ci sono dubbi sulla natura del gesto. Da chiarire però sono le circostanze e il contesto in cui il gesto di don Carlo si inserisce. La premessa è che il sacerdote di Ardenza stava per essere trasferito per volere del vescovo: una decisione che don Certosino aveva platealmente contrastato fino all’ultimo. Appena tre settimane fa, il prete aveva detto al Tirreno: «Un anno fa il vescovo mi ha costretto a dare le dimissioni post datate dall’1 luglio 2015. “O le firmi o ti trasferisco subito”, mi ha ricattato. E sono stato costretto a firmare. Ho vissuto un anno di sofferenze indicibili, sapendo di dovermene andare da qui. E domenica scorsa ho raccontato tutto ai fedeli». Il sacerdote aveva anche detto che il trasferimento deciso dal vescovo a suo avviso era una vendetta: «In passato avevo avuto delle divergenze forti con monsignor Giusti, su questioni delicate che riguardano anche alcuni preti», aveva detto sempre al nostro giornale. Parole che ora pesano come macigni.
D’altra parte è evidente che la rabbia di don Carlo legata al non gradito trasferimento sia la superficie di un malessere più profondo. C’è chi parla di un disagio esistenziale che il prete viveva da anni, chi sottolinea le sue angosce legate alla difficoltà di gestire le notevoli spese per i lavori di restauro della chiesa e della casa parrocchiale e chi punta il dito su suoi presunti problemi personali.
Per fare chiarezza la squadra mobile ha acquisito degli oggetti trovati nella casa parrocchiale: computer ed effetti personali. Don Carlo il 28 maggio aveva scritto una lettera in cui indicava chiaramente il vescovo come responsabile del suo gesto. Gli investigatori dicono che per ora non ci sono elementi di indagine decisivi, ma la Procura ha comunque aperto un fascicolo.
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