Il Tirreno

Livorno

Ardenza, il parroco si toglie la vita Aveva contestato il trasferimento

di Mauro Zucchelli
Ardenza, il parroco si toglie la vita Aveva contestato il trasferimento

Si era ribellato al vescovo che da San Simone (dov’era dal ’99) lo aveva spostato a Santa Caterina Il vescovo: «Storditi e stupiti». La curia: «È l’ora della preghiera, i sacerdoti non sono supereroi»

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LIVORNO. Era solo, don Carlo Certosino quando si è tolto la vita: assediato dal gran silenzio della canonica. Solo e disperato come può esserlo un prete che si sente solo. Neanche il vociare dei ragazzini: la scuola media lì davanti era seggio e prima dell'alba gli scrutatori avevano finito il lavoro. Era solo in un oceano di silenzio eppure quel corpo senza vita risuona come un urlo di dolore. È una apocalisse che non ha precedenti nella storia degli ultimi quarant'anni della Chiesa livornese, che pure ha affrontato tante tempeste: come tutte le volte in cui un sacerdote ha lasciato la tonaca per farsi una famiglia; come quando una donna dichiarò di aver avuto una love story con monsignor Ablondi; come quando un pedone morì travolto dall'auto guidata dall'allora pastore della diocesi.

Ma a Livorno mai un sacerdote si era suicidato. Don Carlo l'ha fatto oltrepassando un tabù contro il quale la Chiesa si batte da sempre: è Dio che dona la vita e nessuno può toglierla neanche a sé stesso. L'ha fatto non dentro la chiesa ma quasi: nella parrocchia di San Simone la canonica è praticamente un tutt'uno con la chiesa ottocentesca. L'ha fatto come l'ultimo atto di ribellione contro il proprio vescovo: così definitivo e così inappellabile che, a prezzo di mettere in gioco la propria esistenza, scrive la parola “fine” al braccio di ferro sul trasferimento vissuto come la goccia che fa traboccare il vaso delle ingiustizie.

Del resto, mai a Livorno nessun altro prete aveva contestato con tanta forza un trasferimento da una parrocchia all'altra. Quanti spostamenti di parroci e accorpamenti di parrocchie sono stati accompagnati da un tambureggiar di mugugni e petizioni: il dissenso contro il vescovo era arrivato, con una lettera di una dozzina di preti in Vaticano, fino a sbarrare il passo all’ausiliare monsignor Savio nella successione a Ablondi. Comunque, nella nostra città non era mai accaduto che si arrivasse a una contestazione esplicita da parte dei fedeli che interrompono la messa e assediano in sacrestia il vicario generale. Certo, non era stato il vescovo ad andare a spiegare ai fedeli infuriati le ragioni del trasferimento (e questo li aveva fatti arrabbiare ancor di più) e don Carlo aveva rincarato la dose dicendo che il vescovo lo aveva imposto con un diktat. Forse in curia si erano immaginati di poterla chiudere evitando di fatto di punire il parroco ribelle in nome del “perdono paterno” del vescovo, limitandosi a confermare il trasloco a Santa Caterina.

Invece no. Chissà se il giorno del suo addio al mondo don Carlo l’ha scelto anche in chiave simbolica: un prete ha quotidianamente a che fare con riti, liturgie e simboli, e siamo a cavallo fra l’ultima domenica di maggio (mese dedicato alla Madonna) e l’inizio di giugno (intitolato al Sacro Cuore di Gesù). Con le prime comunioni in agenda per domenica.

Molto concreto e assai delicato è invece l'ultimo “messaggio in bottiglia” destinato al mondo là fuori: l’ha lasciato perché la parrocchiana che aveva da sistemare la chiesa evitasse di salire e invece chiamasse l'ambulanza...

In serata le porte della chiesa sono tornate ad aprirsi: insieme a don Felice Munaro, ex parroco di S. Rosa, tanti fedeli si sono fermati alla veglia di preghiera per don Carlo.

Non è la prima volta che i parrocchiani ardenzini piangono la tragica fine di un loro sacerdote: l'avevano fatto già negli anni settanta, ma quella volta si trattò dell'incidente stradale che costò la vita a don Vincenzo Rovini, giovane prete molto amato.

Don Carlo, 54 anni da compiere il 6 dicembre in tandem con il fratello gemello Massimo, la sua avventura da prete l'aveva iniziata quasi vent'anni fa. Lui, livornese, è andato al seminario di Fiesole per diventare sacerdote, l'ordinazione arriva il 12 ottobre '96, a 35 anni. Rientra a Livorno e in pochissimo tempo tempo, nel luglio 2002, l'allora vescovo monsignor Diego Coletti lo mette alla guida di una delle comunità parrocchiali più importanti, quella di San Simone a Ardenza: in realtà, era lì fin dal '99. L'avevano messo al fianco di una figura-simbolo dello scoutismo cattolico come don Giancarlo Pancaccini, al timone della parrocchia ardenzina per quasi un quarto di secolo. Proprio quel “don Gianca” che farà radicare a San Simone un gruppo scout fra i più importanti della nostra provincia: evidentemente poi gli scout non legheranno granché con don Certosino se è vero che il nuovo parroco costringerà gli scout a fare la valigia e andarsene altrove, così come altre realtà associative.

La tonaca era anche il modo con cui don Carlo si presentava al mondo. Tradizionalista, se è vero che aveva firmato un appello a papa Francesco insieme a Giuliano Ferrara, Roberto Formigoni e tanti leader pro-life (e, in passato, anche aveva minacciato di far pagare il catechismo per protestare contro la giunta Pd che gli aveva chiesto di pagare oltre 2mila euro di tassa rifiuti). Tradizionalista ma anche ribelle, se è vero che non aveva esitato a tuonare contro chi durante la guerra del Golfo aveva messo la bandiera arcobaleno dei pacifisti all'altare (come pure faceva il suo vescovo ausiliare monsignor Savio).

Il vescovo Simone Giusti parla solo dalla homepage del giornale on-line della diocesi: lui e il consiglio episcopale parlano di «immenso dolore» e si dicono «storditi e stupiti»: «Ora – scrive il vescovo – è nelle mani di Dio e quindi è in buone mani. Sono mani che conoscono la croce e la disperazione. A queste mani affidiamo il nostro fratello sacerdote».

Parole che non bastano a lenire la rabbia di fedeli che si sfoga sui social network: al vescovo, a Bergamo per una iniziativa sulla scuola, rimproverano che di fronte a una tragedia del genere non può essere sufficiente un comunicato di cordoglio.

Più tardi il sito web diocesano renderà noto che «don Carlo si è tolto la vita» ma sottolineando che «questo è il tempo della preghiera e del silenzio». Dalla curia lo ripetono per dire che «quando qualcuno si suicida c'è poco da spiegare, a maggior ragione se a farlo è un ministro di Dio, per il quale la vita è cosa sacra». E poi: «I sacerdoti sono uomini, non sono supereroi; sono persone che affrontano la vita, come tutti, con le gioie e le difficoltà e come uomini hanno bisogno di tutta la misericordia che solo Dio può concedere».

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