Gioco
Che strage fra i negozi: in 4 mesi ne sono morti 306
Livorno, eppure bar e ristoranti sono aumentati il doppio della media nazionale. Ciapini (Confesercenti): boom sulla scia degli exploit tv dei grandi chef
LIVORNO. «Tra gennaio e aprile hanno abbassato la serranda oltre 300 attività commerciali»: 306 per l’esattezza. Basterebbero queste parole di Alessandro Ciapini, direttore Confesercenti, per capire quanto sia difficile oggi far sopravvivere a Livorno una attività commerciale.
Beninteso, dal quartier generale dell’organizzazione dei commercianti non ci si abbandona al piagnisteo: si tiene anche a mettere in evidenza che nel primo quadrimestre di quest’anno hanno debuttato nel settore commercio 194 aziende. Ma resta pur sempre «un saldo finale negativo di 112 imprese», afferma Ciapini precisando che si tratta di «un dato sostanzialmente analogo allo stesso periodo dell’anno scorso, semmai con un leggero miglioramento».
Chi soffre di più? Ciapini non ha esitazioni: se è vero che «quasi tutti i comparti» sono alle prese con difficoltà, chi se la vede peggio è il commercio al dettaglio non alimentare despecializzato: le ditte che chiudono sono praticamente il doppio di quelle che aprono («e questo è la riprova di quanto sia necessario offrire al consumatore prodotti sempre più ricercati: è l’unica chance di sopravvivenza a grande distribuzione e franchising»).
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Non se la cavano davvero meglio i dettaglianti alimentare: aprono 11 ditte, ne chiudono 34. «Vittime dei supermercati», dice il direttore di Confesercenti segnlanado che crollano anche gli intermediari del commercio (27 ditte neonate, 58 morte) come effetto del «crollo dell’industria nazionale».
«Non riescono a ripartire – dice Ciapini – nemmeno i negozi specializzati in carne (sei in meno nell’ultimo anno) e ortofrutta (quattro in meno)». L’unico incremento è riscontrabile nel commercio ambulante: sono nate 57 aziende nei primi quattro mesi dell’anno, 32 in più di quelle che hanno chiuso definitivamente i battenti.
Sul commercio c’è una forte pressione: è lì che cerca sfogo gran parte del mancato assorbimento nel lavoro dipendente. Se gli uffici pubblici non assumono più e le fabbriche nemmeno, cosa resta? Provare a inventarsi un lavoro mettendo in piedi una ditta, magari con la liquidazione del babbo o la pensione della nonna. Dev’essere per questo che le imprese commerciali hanno un’alta mortalità eppure c’è chi continua a provarci e ad alzare la saracinesca per la prima volta. Anche soltanto per portare a casa non uno “stipendio” pieno ma uno “spezzone” di reddito da mettere sulla bilancia dei conti familiari.
Tutto questo si paga caro: soprattutto bruciando risparmi privati magari accumulati nel corso di una vita di lavoro e accalcandosi nelle nicchie a bassa capitalizzazione, dove non servono grandi somme per poter partire. Il direttore della Confesercenti coglie la palla al balzo per allargare lo sguardo al settore delle imprese di ristorazione: «Rimanere sul mercato non è semplice: quasi 6 imprese di ristorazione su 10 chiudono entro tre anni». Colpa di cosa? Ciapini punta il dito contro una lunga fase di deregolamentazione, che «ha aumentato il tasso di competitività» e, al tempo stesso, ha anche «aperto la porta ad un’imprenditoria improvvisata e poco professionale che ha considerato il settore un settore rifugio».
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Eppure, diversamente da quanto avviene nel commercio, alla fine del marzo scorso si è registrata – rispetto a dodici mesi prima – una crescita del numero delle imprese di alloggio, ristorazione e bar. Anche se alla Confesercenti preferiscono parlare di «ripopolamento» dopo la battuta d’arresto del periodo precedente. Crescita quanto? Più 4% la ristorazione in provincia di Livorno, il doppio della media nazionale. Più 1,5% i bar: e anche in questo caso la percentuale è doppia sia dello standard nazionale che della media regionale.
Inutile dire che c’è la solita lamentazione per « l’aumento della pressione fiscale, che tra tasse locali, imposte sugli immobili e tariffe è stata particolarmente pesante per la categoria». Ne consegue un ultimatum: o si riduce l’ingordigia del fisco o «sarà difficile trasformare questi primi segnali in una ripresa stabile».
Ma, parlando del boom del fenomeno “food” sulla scia dei grandi chef tv, Ciapini se la prende anche con «la preoccupante crescita di fenomeni di ristorazione parallela tramite web»: parla della «concorrenza sleale» e va all’attacco delle «imprese irregolari che si mascherano da home restaurant per fare attività di somministrazione senza rispettare le norme che devono rispettare gli altri».
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