Il Tirreno

Livorno

«È pericoloso, può colpire ancora» in carcere per lo sfregio con l’acido

Federico Lazzotti
«È pericoloso, può colpire ancora» in carcere per lo sfregio con l’acido

Dopo una camera di consiglio di due ore il giudice ha accolto la richiesta del pubblico ministero In aula Davide Vecchio è rimasto in silenzio, prima del trasferimento alle Sughere un bacio al padre

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LIVORNO. Per il giudice Davide Vecchio, l’operaio di 30 anni arrestato domenica dopo aver sfogato la sua follia sfregiando la cassiera della Snai con l’acido, «è pericoloso». E soprattutto «potrebbe colpire ancora», magari evadendo dagli arresti domiciliari - dov’è stato confinato per tre giorni - per cercare di completare o ripetere la vendetta. Un timore che la stessa vittima aveva espresso: «Io sono a casa bendata senza poter vedere e ho paura. Mi auguro che i magistrati si mettano una mano sul cuore»

Sono due gli elementi - il profilo psicologico e la possibilità di reiterazione del reato - che costituiscono le fondamenta dell’ordinanza di sei pagine con la quale il giudice Ottavio Mosti ha convalidato l’arresto del trentenne disponendone immediatamente il trasferimento in carcere. Provvedimento con il quale ha accolto la richiesta dal pm Antonio Di Bugno.

Una decisione in ogni caso faticosa. Lo dice una camera di consiglio fiume, durata oltre due ore. Segno che il giudice ha da un lato letto a fondo gli atti dei carabinieri e dall’altro valutato le richieste della difesa, per poi prendersi il tempo necessario per motivare giuridicamente una scelta non facile vista la delicatezza del reato e il suo non secondario impatto mediatico. Ma dall’udienza a porte chiuse sono anche filtrate anche ulteriori indiscrezioni investigative, sia sul movente che sulla cronologia degli eventi. A far scattare la follia del giovane operaio, infatti, sarebbe sì stato il comportamento della cassiera che avrebbe osteggiato la relazione che il trentenne voleva intraprendere, senza per altro essere corrisposto, con una collega di 38 anni. Ma soprattutto a far infuriare ulteriormente l'operaio, sarebbero state le due denunce presentate dalla donna per comportamenti persecutori.

Vecchio, accusato di lesioni personali aggravate dalla premeditazione, è arrivato in tribunale intorno alle 10,45 scortato dai carabinieri che sono andati a prenderlo nella sua casa della Scopaia: jeans chiari, scarpe da tennis, maglietta a maniche corte e giubbotto verde militare.

Ad attenderlo il suo difensore, l'avvocato Aurora Matteucci. «Dobbiamo comprendere le motivazioni che hanno portato a questo gesto», spiegava. Decisiva per la strategia difesa la possibilità di escludere la premeditazione dimostrando - a differenza di quello che sostengono gli inquirenti - che si sia trattato di un gesto d’impeto. «Ci sono elementi che smontano la premeditazione, ma adesso è prematuro entrare nel merito».

Una ricostruzione inattendibile secondo gli investigatori che al contrario avrebbero elementi in mano per dimostrare che il flacone di acido sarebbe stato comprato il giorno precedente all'aggressione. Dunque sabato. E che al momento dell'arrivo dell'operaio in piazza Attias, intorno alle 19 fosse ancora sigillato.

Durante l'udienza il trentenne si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Allo stato - prosegue l’avvocato - non era in grado di rendere dichiarazioni rispetto a ciò per cui è stato indagato». Tra la conclusione dell’udienza, intorno alle 11,45 e il ritorno in aula del giudice, c’è stata una luna attesa che l’indagato ha trascorso seduto in aula piantonato da due carabinieri. Fuori il padre dell’operaio: stessi lineamenti in una corporatura più piccola, è rimasto in silenzio a guardare il figlio mangiarsi le unghie per combattere il tempo che non passava.

Proprio con il padre, uscito dall’aula e saputo della scelta del giudice di mandarlo in carcere, l’operaio si è lasciato andare ad un abbraccio prima di essere portato in cella.

@fedelazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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