Il Tirreno

Livorno

Umile, generoso e sfortunato, alle radici di Piermario Morosini: morto di calcio a 25 anni

Federico Lazzotti
Piermario Morosini con la maglia del Monterosso
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Piermario Morosini con la maglia del Monterosso

A Bergamo tutti lo piangono: nonostante i soldi non s’era montato la testa. Due anni fa , quando aveva già esordito in A, andò in vacanza con l’oratorio

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BERGAMO. L’Oliviero, anima dell’oratorio, la mattina del 15 aprile non è andato a messa: «Il Signore stavolta _ dice tra un singhiozzo e l’altro e senza cercare il perdono _ è stato troppo cattivo con il Mario». Così ha preferito spegnere la tv e rimanere di sotto, col Bruno, dietro a un bancone di legno, nella canonica della chiesa di San Gregorio Barbarigo, quartiere Monterosso, due passi dallo stadio dell’Atalanta dove uno striscione dedicato al Moro segna l’ingresso nel suo mondo: Umile bergamasco _ si legge _ la tua curva ti rende onore. Tanto da essere pronta a scrivere il suo nome sulla Sud.

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«Mario è cresciuto qui _ va avanti Oliviero mentre serve un caffè e prende una fetta del dolce che le mamme hanno portato per la merenda _ la sua casa è in fondo alla strada, al numero 5, il palazzo accanto alla farmacia. Lo rivedo in calzettoni con la maglia della Polisportiva, avrà avuto sette anni... Due estati fa, quando aveva già esordito in serie A, è venuto in vacanza con l’oratorio a Pinarella di Cervia. Ve lo immaginate Ibrahimovic a fare una cosa del genere? Ecco chi era il Pier, uno che nonostante i soldi e la notorietà non si era montato la testa: sognava di finire la casa per lui e la Anna che è del quartiere Santa Caterina, a due passi da qui, e quando tornava e ti incontrava per strada, fermava la macchina e ti veniva ad abbracciare». La storia di Piermario Morosini, centrocampista morto di calcio a 25 anni in diretta tv, tra via Giulio Cesare e via Tremana, zona nord di Bergamo, fino a ieri veniva raccontata dai padri ai figli come una parabola che sa di lezione per un’anima che deve crescere forte.

«Lui nonostante tutte le sfortune - cerca di spiegare l’Enio, che da vent’anni gestisce l’edicola sotto la chiesa - conviveva con i suoi dolori senza farli pesare a nessuno. La morte della mamma per tumore, poi il padre ucciso da un infarto il giorno del suo sedicesimo compleanno, il suicidio del fratello, la sorella in quelle condizioni e lo scorso anno l’addio alla zia. Tragedie che avrebbero potuto abbattere chiunque. Invece lui, anche attraverso il calcio, ce l’aveva fatta e per paura di rovinare tutto, anche se gli offrivi una gazzosa la rifiutava perché temeva che le bollicine gli potessero fare male».

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L’ultima volta di Piermario a Monterosso risale alla settimana scorsa. «Tornava a casa appena poteva ma era felice di questa nuova avventura a Livorno - racconta l’amico e procuratore Ernesto Randazzo - mi aveva detto che gli piaceva tutto della squadra e del posto e si sarebbe fatto in quattro per convincere la società a riscattarlo dall’Udinese a fine stagione. La vita gli ha negato questa soddisfazione». Per arrivare alle radici del Mario, mediano in campo e fuori, è necessario aggirare un igloo di cemento con la scritta Diocesi di Bergamo, percorrere un marciapiede stretto e in leggera salita per giungere sulla collinetta che dà accesso al campo della Polisportiva. Sulla porta d’ingresso un ragazzo si toglie il cappello nerazzurro, si china e lascia un mazzo di fiori _ accanto ce n’è un altro _ sopra una foto di Morosini con la maglia bianconera dell’Udinese. «L’unico rimpianto che ho - sospira il vicepresidente della società, Mario Regonesi - è quella di non averlo visto debuttare in prima squadra con la maglia della sua città».

Silvestro Suardi, pure lui dirigente del Monterosso, preferisce che parlino le foto. Le tira fuori da una busta ingiallita e le sistema una alla volta sul tavolo della sede, scostando un paio di coppe. Mario ha una maglia acetata biancoceleste della società che profuma di Italia ’90 e di futuro in azzurro, è il quarto da sinistra tra quelli accosciati. Le mani gli cadono sotto le ginocchia. Poi è in piedi, è più piccolo, nell’inquadratura è da solo sopra un campo in terra e cemento, in posa non è a suo agio, così si acciglia nel momento in cui la macchina scatta e con gli occhi sembra dire al fotografo: «Sbrigatevi che ho fretta di andare a giocare». Alla parete un pezzo di giornale titola: “Mi ricordo ancora i primi calci tirati al Monterosso” con la sua foto in bianco e nero, il sorriso trattenuto e le mani tenute dietro la schiena, da giocatore che studia da professionista. Nella squadra della parrocchia il Pier è rimasto fino all’età di nove anni.

«Era il più bravo, sapevamo che avrebbe fatto strada, negli ultimi anni si era un po’ perso ma aveva i numeri», dice Andrea Milesi che ogni anno lo invitava al torneo estivo che organizza la società. «Veniva a premiare i ragazzini e non ha mai detto di no», prosegue indicando la foto dell’ultima edizione . Poi, nel 1995, la chiamata dell’Atalanta. Come andò il provino lo racconta Raffaelo Bonifacio, che al bocciodromo comunale tutti chiamano solo "maestro". «Perché insegnavo alle elementari di Gorlago prima di fare l’allenatore», dice accendendo una sigaretta. «Com’era nella vita era anche in campo: educato, preciso - prosegue parlando di Mario - lo scegliemmo per questo e lui in nove anni non ci ha mai dato un problema. Eppure con tutto quello che aveva passato avrebbe avuto il diritto di essere arrabbiato».

Di aneddoti “il maestro” ne sceglie tre. «Uno riguarda il giorno della morte di sua madre, andai a trovarlo a casa e ho ancora nelle orecchie il suo pianto, non ha mai più sentito nessuno disperarsi così. Nel 2000 invece, andammo con la squadra Giovanissimi a Cinisello Balsamo al torneo Gaetano Scirea. Mario giocò alla grande e vinse il premio come miglior giocatore. A fine partita andai da lui e gli chiesi: Sei contento? Lui mi rispose: “Mister, in giro ce ne sono tanti più bravi di me”». L’ultimo risale alla sera della vigilia di Natale. «Ero qui fuori dal bocciodromo - ricorda - saranno state le sette di sera e nel buio mi sento chiamare, guardo e vedo Mario che corre con un amico intorno allo stadio. Gli domando che sta facendo e lui mi dice: “Ho firmato con il Livorno e quando arrivo mi voglio far trovare pronto fisicamente”».

Ecco perché per la morte del Pier qualcuno, stavolta, ha potuto mettere in discussione anche il Signore.

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di Redazione web