La protesta
Morto in carcere, oggi via al processo
Detenuto cadde dalle scale e dopo due mesi morì. L’accusa: fu spinto. La difesa: nessun contatto
LIVORNO. Alfonso Maria Vizzini è morto a 23 anni nel febbraio del 2009, dopo esser precipitato dalle scale all’interno delle Sughere. Una caduta, in seguito alla quale era stato in coma per quasi tre mesi, che secondo la magistratura non fu causale, ma provocata dalla spinta di un altro detenuto, Sergio Tatti, un sardo che ora ha 49 anni ed è libero. Oggi, nei confronti di quest’ultimo, inizia il processo per omicidio preterintenziale. Un’accusa che l’ex detenuto, difeso dall’avvocato Nicola Giribaldi, respinge con forza: «Non ho mai avuto problemi con quel ragazzo, e non ci ho mai discusso. Ci siamo solo incrociati sulle scale e io non l’ho toccato».
Una storia, su cui il procedimento penale farà chiarezza, che è iniziata ormai quasi sette anni fa. Era la mattina del 12 novembre 2008 e Alfonso, insieme ad altri compagni, era appena rientrato dell’edificio delle Sughere dopo la cosiddetta ora d’aria trascorsa all’aperto. Il giovane, nato a Niscemi, in Sicilia, si era poi trasferito con la famiglia a Cecina, dove viveva. Un ragazzo ribelle, che spesso era finito sul giornale per storie di piccoli furti.
Quella mattina erano le 10.30 quando lui e Tatti si erano incrociati in cima alle scale. Ma un tratto, con una dinamica che ancora oggi è da chiarire, il 23enne precipitò dalla rampa, battendo la testa. Un volo terribile e una lesione molto grave. Un paio di detenuti, sentito il tonfo, si precipitarono ad aiutarlo. Il giovane era steso a terra, perdeva molto sangue ed era già non cosciente. Aveva ancora un piede sul primo scalino, ma la cosa terribile era la ferita in testa che gli aveva provocato un’importante perdita di sangue.
Erano stati proprio i detenuti a chiamare d’urgenza un agente della penitenziaria, che a sua volta aveva allertato il medico.
Da subito scattarono anche le indagini, basate soprattutto sulle testimonianze dei presenti: in quel punto delle Sughere, infatti, non c’erano telecamere e non fu quindi possibile un riscontro oggettivo dei fatti.
Tuttavia, un testimone da subito accusò l’altro detenuto, Tatti, di aver spinto il compagno di sezione con una gomitata in volto, provocando di fatto la caduta. E altri testimoni sostengono che pochi minuti prima dell’episodio, durante l’ora d’aria, i due avrebbero avuto una discussione per motivi banali. Ma Tatti ha sempre negato: «Nessuna discussione. Se avessi voluto litigare con lui, lo avrei fatto durante l’ora d’aria, non avrei avuto certo timore di affrontarlo faccia a faccia», è la versione che il detenuto ha sostenuto con gli inquirenti e che ha confidato al suo legale Nicola Giribaldi.
Vizzini fu visitato immediatamente dal medico del carcere che constatò subito la gravità della situazione, disponendo il ricovero in ospedale. I mesi successivi furono un incubo per la famiglia di Vizzini. Il giovane non riprese mai conoscenza e giacque in stato vegetativo in ospedale, senza mai reagire agli stimoli. Apriva solo gli occhi, ogni tanto. Poi a gennaio fu trasferito nella clinica del risveglio, ma senza risultati. Fino poi a spegnersi definitivamente il mese successivo.
Dall’esame del medico legale sul corpo emerse una compatibilità piena tra la caduta dalle scale e le ferite occipitali (e quelle da contraccolpo) sulla testa del giovane. Essendo passati ottanta giorni dall’episodio, non fu possibile rilevare eventuali lesioni dovute a violenze, peraltro sempre negate da Tatti.
Quest’ultimo, nato a Villamar in provincia di Cagliari, oggi vive in Toscana. All’epoca era detenuto per rapina. Oggi fa il pastore e il muratore.
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