La protesta
Bimbo rapito, madre condannata a 2 anni
Livorno. Stessa pena al padre americano, ma incombe la prescrizione. La nonna: «Siamo frastornati e il dolore è grande»
LIVORNO. Ieri D. ha compiuto dieci anni. Forse ha spento le candeline nella sua casa a San Francisco, con la sua nuova famiglia. Di sicuro non ha potuto abbracciare i suoi nonni, Antonietta e Armando De Nicola, coloro che per i primi suoi due anni e mezzo di vita si sono occupati di lui. Poi fu rapito e portato via in Usa. Poche ore prima del suo compleanno, lunedì pomeriggio, il tribunale di Livorno ha emesso una sentenza di condanna per sottrazione di minore nei confronti della madre naturale, Daymara Perigo Collantes, e del padre Jhonatan Harris. Il babbo italiano di D., Daniele De Nicola, si era tolto la vita subito dopo il rapimento per il dolore dovuto alla scomparsa della moglie e del bimbo stesso. La sentenza ha condannato Perigo e Harris a due anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale di 80mila euro, come primo risarcimento ai nonni De Nicola. Ma tra poco scatterà la prescrizione del reato e non ci saranno i tempi per gli altri gradi del giudizio.
La sentenza, infatti, arriva dopo otto lunghi anni, trascorsi fra indagini con continui colpi di scena, un processo difficile, tentativi vani della famiglia italiana di mettersi in contatto con quella americana, in un’odissea piena di dolore e incertezze. Otto anni, già perché era il 7 novembre del 2007 quando D. fu portato via, all’età di 2 anni e mezzo, dalla mamma cubana Daymara Perigo Collantes. Fu lei poi ad affidarlo al presunto padre naturale Harris, il quale, per poterlo prendere e portarlo via con sé, esibì al consolato americano a Firenze un foglio, con la prova del Dna, in cui si attestava che era lui il vero padre del piccolo. Un inferno per i De Nicola, che non si sono mai arresi. E che in tutto questo tempo hanno portato avanti contemporaneamente due battaglie: quella legale, sia penale sia civile, e quella personale, in una serie infinita di tentativi di contattare, anche tramite facebook, prima la loro ex nuora Daymara, e poi Harris e il suo amico, Christian Cummings, che lo aveva accompagnato in Italia nel 2007. Ma non c’è stato niente da fare.
Già negli anni scorsi, i coniugi De Nicola avevano ottenuto sulla carta l’affidamento del piccino. Lunedì sera, finalmente, dopo tanto patire, è arrivata la notizia tanto attesa: la giustizia, pur lentamente, ha fatto il suo corso ed è arrivata la condanna per sottrazione di minore verso coloro che hanno strappato il piccolo alla sua famiglia. Una pena che tuttavia ha le ore contate: tra pochissimi mesi, scatterà la prescrizione e quindi non ci sarà tempo per un eventuale processo di secondo grado. E così la sentenza finisce per essere solo simbolica. «Purtroppo sapevamo che le cose sarebbero andate a finire così - dice Roberto Casella, l’avvocato che in questi anni ha rappresentato i nonni De Nicola - E come ho già detto in aula, in tutto ciò la Procura ha le sue responsabilità: il fascicolo è rimasto chiuso in un cassetto per cinque anni e per due volte è stata chiesta l’archiviazione. Noi ci abbiamo creduto e siamo andati avanti, ma tutto questo tempo perso ha inciso in maniera indelebile in questa dolorosa vicenda».
La delusione che traspare dalle parole dell’avvocato casella serpeggia anche nelle osservazioni di Antonietta Spagnolo De Nicola, la nonna di Daniel. «Lui ora si chiama diversamente - dice la donna - E pensare che invece il nostro D. figura ancora nel nostro stato di famiglia, e noi ne abbiamo l’affidamento, come stabilito dal tribunale». Cosa dire della sentenza di condanna? «Come si può commentare? - esita la donna, con il consueto tono di voce fermo e velato di tristezza - Siamo frastornati. Con tutti gli ostacoli che ci ha messo la magistratura non avrei mai pensato di arrivare alla fine di questo processo, e con questo esito. Di ciò dobbiamo solo ringraziare la tenacia e la professionalità del nostro avvocato che non si è mai perso d’animo e che ha lavorato con passione, spesso trainando anche me e mio marito in questo percorso così difficile e contrastato. Da una parte siamo felici che giustizia sia stata fatta. Dall’altra invece ci rendiamo conto che tra la prescrizione e il fatto che il bimbo è in Usa purtroppo le cose non sono cambiate e non cambieranno per anni».
Però c’è una luce che, per ora da lontano, illumina lo sguardo di nonna Antonietta: contattare l'amatissimo nipote direttamente, senza intermediazioni, nel momento in cui il bimbo avrà la maggiore età e quindi potrà decidere autonomamente della sua vita.
«Ormai sono passati tanti anni e sappiamo perfettamente che non c’è possibilità di avere un’apertura da parte della famiglia - dice Antonietta con voce più determinata - Ma quando D. avrà 18 anni le cose saranno diverse. Lui potrà decidere se riprendere il rapporto affettivo con noi, che siamo la sua famiglia. Io intanto sto creando un blog su internet: avevo citato il piccolo con il suo nome italiano, poi ho cambiato perché mi sono ricordata che ora si chiama in maniera differente... Il bimbo ormai è grande, a 10 anni già si va su internet. E io spero tanto che lui veda il mio grido di aiuto e che attraverso la rete possa percepire e rientrare in connessione con l’amore che noi abbiamo avuto e proviamo tuttora per lui».
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