Gioco
«E’ la vendetta del vescovo Impari da papa Francesco»
Anche durante l’omelia don Certosino contesta il trasferimento da San Simone «Monsignor Giusti è troppo autoritario, come me la pensa buona parte del clero»
LIVORNO. Alla messa domenicale delle dieci, nella parrocchia di San Simone, il clima non è quello di una domenica qualunque. Si capisce subito appena entrati: la funzione deve ancora cominciare e il vociare delle persone è molto alto. I fedeli hanno sotto braccio Il Tirreno, dove si racconta della rivolta in chiesa alla messa del sabato sera, dell’assedio al vicario del vescovo, delle dure parole usate contro monsignor Giusti per il trasferimento del parroco don Carlo Certosino.
E proprio lui, “don Carlino” come lo chiamano affettuosamente i suoi parrocchiani più affezionati, se da un lato si dice «confortato dall’affetto della sua gente», dall’altro non abbassa davvero i toni e continua il suo attacco al vescovo: «Lo stile di monsignor Giusti è troppo autoritario – afferma il sacerdote - lontanissimo da quello di papa Francesco. Come me la pensa anche il settanta per cento dei preti livornesi. Solo che non lo dicono e fanno buon viso a cattivo gioco».
Al termine della messa è stata letta una lettera per il vescovo Giusti, firmata poi in sacrestia dai fedeli presenti, per chiedere di non spostare don Certosino. «Sono un tipo schietto – ha detto il parroco durante la messa - e sono per una Chiesa trasparente, come quella desiderata dal Santo Padre. Mi auguro che lo stesso – continua - valga per la diocesi, perché le mezze verità sono bugie. Io non contesto lo spostamento, ma le modalità».
Il clima è pesante, tra i fedeli. Don Certosino è un mix di delusione, rabbia e combattività. E la scelta del vescovo di non presentarsi alla messa di sabato per l’annuncio ufficiale del trasferimento, inviando il vicario a rappresentarlo, ha esasperato ulteriormente i toni: «Doveva venire lui a dirlo ai parrocchiani, è sua la scelta, è sua la responsabilità di annunciarla», dice don Certosino.
Dopo la benedizione, a San Simone si crea una lunga fila davanti alla sacrestia per firmare la lettera scritta da Maria Angela Lingua, in cui si definisce don Carlo «il buon Pastore biblico, che ci ha aiutato a superare tanti momenti difficili con i suoi preziosissimi consigli», mentre senza mezzi termini si paragona la scelta di spostare il sacerdote «a quel pastore mercenario di cui parla Gesù, perché a Lei - riferendosi al vescovo - non preoccupa che questa notizia scompigli questo gregge, lasciandolo sofferente per opinabili opportunismi di carriera».
«Siamo indignati – continuano i parrocchiani - per come siamo stati trattati, il nostro parere non conta niente per Lei, non ci ha nemmeno interpellati».
«Ho passato un anno terribile – riprende don Carlino quando ormai tutti se ne sono andati - questo spostamento lo vivo come una vendetta: in passato avevo avuto delle divergenze forti con monsignor Giusti, su questioni delicate che riguardano anche alcuni preti. Mi manda – prosegue - nella parrocchia di Santa Caterina: io non ho niente contro quella comunità, ma è un posto adatto a chi inizia il sacerdozio». Poi il parroco di San Simone torna sulle dimissioni post datate, che monsignor Giusti gli avrebbe fatto firmare un anno fa: «Non credo che il codice canonico preveda che si possano far firmare le dimissioni a un parroco un anno prima».
«Spero – conclude don Certosino - che il vescovo ci ripensi, magari aspettando qualche altro anno. Se proprio mi deve spostare, lo faccia mandandomi in una parrocchia più simile a quella che ho adesso».
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