La protesta
Addio a Manlio Pepe, la sua grande chitarra adesso è muta
Il fondatore dei “Blues Harbour” si è spento a 64 anni Autodidatta, ha suonato in tutta italia con i big del settore
LIVORNO. C’è chi il blues lo suona, magari anche bene, e chi, oltre a suonarlo, soprattutto con il cuore, lo vive, ogni giorno della sua esistenza. E per Manlio Pepe, una delle colonne del blues livornese, questo non era solo un genere musicale, ma un modo di affrontare l’esistenza.
E come succede a molti bluesman, anche Manlio se ne è andato troppo presto. Colpito da un male che alla fine ha avuto ragione della sua voglia di andare comunque avanti, Pepe è morto ieri mattina a 64 anni in una stanza del reparto di Cure palliative dell’ospedale di Livorno, dove era ormai ricoverato da qualche tempo. Nel pomeriggio Manlio è stato portato alla camera ardente con indosso un vestito completo nero, che faceva tanto Blues Brothers, ma anche con le sue fedeli scarpe da tennis bianche ai piedi, in una sorta di ultima trasgressione al conformismo, lui che conformista non è mai stato.
La storia di Manlio Pepe, (molti credevano che Pepe fosse un soprannome, mentre invece era il suo vero cognome), è intrisa di musica, e di blues. Nato da Francesco Pepe, polimentatore e chitarrista amatoriale, e da Iolanda Mazzantini, che dette al marito sette figli, Manlio iniziò a suonare la chitarra in tarda adolescenza, intorno ai 17 anni. «Era un istintivo, e fece tutto da solo - racconta il fratello Claudio, anche lui chitarrista - si mise a suonare e dopo un breve periodo in cui si dedicò alla musica leggera, incontrò il blues e quello fu il grande amore della sua vita».
Un amore che Manlio, in pratica non tradì mai, anche se a volte, per agguantare qualche soldo, lui che ha sempre vissuto solo della musica, non disdegnava qualche serata “diversa”, come ad esempio un ultimo dell’anno con Chistian, un cantante melodico che qualche anno fa andava per la maggiore.
E nel segno del blues fu il gruppo che fondò nel 1981 e che gli dette la notorietà a Livorno e non solo: i “Blues Harbour”, il porto del blues, con Mimmo “Wild” Mollica, Johnny Salani, Renato Bacci, Riccardo Lazzeri e Salvatore Pappalardo. Era il 1981, e il Porto del Blues si fece conoscere in tutta Italia, fino al 1994, quando il gruppo si sciolse, non dopo aver suonato in serate con personaggi del calibro di Nick Beccattini e Tolo Marton.
Ma non per questo Manlio smise il suo essere un bluesman. Di carattere abbastanza schivo, preferiva che fossero le sue note a parlare per lui, sia che tirasse fuori i “riff” dalla sua chitarra che sostenesse la ritmica dei pezzi col suo basso.
Di lui, che non navigava certo nell’oro e che si spostava sempre e solo in biciletta, si ricorda anche l’abilità, tutta blues anche questa, di sistemare degli strumenti non proprio esaltanti, magari cambiando pick-up o altre componenti elettroniche, per farli suonare come avrebbe voluto. E Manlio ha suonato fino alla fine, anche nel gruppo dei “Dinosauri del blues”, con cui, insiema al fratello, ha dato l’ultimo concerto alla fine dello scorso marzo a Calcinaia. Poi le forze lo hanno abbandonato, e la sua chitarra non ha più suonato.
Manlio abitava col fratello Gino in via Passaponti, e con lui divideva un’altra grande passione, quella della pesca alle orate.
I funerali, con una cerimonia civile, sono in programma per stamani alle 11 alle stanze mortuarie dell’obitorio dell’ospedale dove è stata composta la salma nella camera ardente.
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