Gioco
Bruciata dai black bloc anti-Expo l'auto di un avvocato livornese
Durante le proteste contro l'Expo a Milano l'avvocato Marco Giunti, 58 anni, ha visto dal balcone di casa un gruppo di violenti sfondare i vetri dell'auto comprata tre mesi fa e incendiarla
LIVORNO. Per raccontare il suo primo maggio Marco Giunti, 58 anni, avvocato livornese trapiantato a Milano dal 2005, usa parole che non hanno niente a che fare con una festa. A meno di non essere in guerra.
Parla di «esercito», «battaglia», di «bombe lanciate», «fumo e lacrimogeni», «fiamme», «lacrime di paura». E «di un cielo oscurato dai sassi».
Per descrivere «l’inferno» - è così che lo chiama più volte - gli è bastato affacciarsi alla finestra dell’appartamento dove vive con la famiglia, in un palazzo signorile di via Caradosso, la strada che unisce viale Boccaccio a corso Magenta, costeggiando il Santa Maria delle Grazie, la chiesa che conserva “L’ultima cena” di Leonardo.
Venerdì tra le 16 e le 17,30 sono state queste le strade, un tempo territorio della Milano da bere, il teatro della guerriglia urbana dove circa 500 black bloc hanno distrutto vetrine, auto e imbrattato i muri dei palazzi durante la manifestazione del No-Expo.
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«Una di quelle macchine - racconta Giunti - era la mia. Era un Suv, l’avevo comprato circa tre mesi fa. Quanto valeva? Oltre 30.000 euro. Ero alla finestra quando ho visto alcuni manifestanti incappucciati e vestiti di nero staccarsi dal corteo e cominciare a distruggere le auto che erano parcheggiate lungo la strada. Quando sono arrivati alla mia - va avanti - hanno prima rotto i finestrini, poi hanno preso un tavolino e hanno spaccato il parabrezza e i vetri. A quel punto hanno acceso le bombe molotov e ce le hanno buttate dentro. Io ho visto tutto e non ho potuto fare niente».
A distanza di un giorno che cosa resta?
«Tanta amarezza per quello che è successo. Il ricordo di quelle immagini tremende. E il timore che possa accadere di nuovo, visto che per oggi parlano di una nuova manifestazione».
A suo avviso si poteva evitare tutto questo?
«Non lo so, ma l'organizzazione doveva preventivamente avvertirci che sarebbero passati di qua per darci la possibilità di allontanarci dalle case. Avvertire, è prevenire la vita anche dei residenti. Poi ognuno è libero di rimanere o no ma l'alternativa deve essere data. Sapevano tutti del pericolo. Eppure anche in guerra si avverte la popolazione prima di un bombardamento».
Ha sentito il ragazzo che prima si vantava e poi ha fatto marcia indietro?
«Sì. Mi hanno detto dell'intervista, posso solo dire solo che è stato un miracolo che non ci sia scappato il morto. Per oltre un’ora sotto casa mia c’è stata la guerra. Non ti rendi conto: bombe carta lanciate. Poi bulloni, spranghe. Ho visto i manifestanti che toglievano il porfido dalle soglie delle case poi tiravano i sampietrini. Tra questi c’era perfino un disabile in carrozzina vestito di nero. Questa follia, solo nella mia nella mia strada, è durata venti minuti. È stata una cosa incredibile».
E in venti minuti hanno distrutto tutto…
«Esatto. Hanno dato alle fiamme una trentina di macchine, di una decina non è rimasto nulla».
Cosa si augura che accada ai responsabili?
«Mi augurerei che fossero individuati e che magari, per un riscatto sociale, si mettessero a ripulire quello che hanno sporcato. Ma, purtroppo, la mia. è una pia illusione. Non succederà nulla: se verranno individuati, passeranno un processo ma non gli accadrà niente. Meglio sperare che per la prossima manifestazione le autorità obblighino i manifestanti a versare una fideiussione come avviene per gli spettacoli o le gare sportive, attraverso la quale si garantisca la copertura di eventuali danni. Provate ad organizzare domenica prossima una gara ciclistica a Collesalvetti? Il Comune ti chiederà delle garanzie. Perché in questi casi invece no? L'alternativa alla fideiussione è decidere di convogliare la manifestazione in una zona dove tutti possono andare come uno stadio o un piazza. Ma dare l'ok per effettuare un corteo nel centro di Milano come quello di venerdì è una follia:. questi 500 incappucciati non hanno lasciato la vetrina di una banca integra».
Quella che ci racconta il giorno dopo è una città ferita...
«Ho parlato con i miei vicini perché venerdì sono rimasto fino a mezzanotte in strada e tutti dicono che certe cose non si possono più tollerare. Mi domando perché la politica non raccolga questa esigenza della gente. Mi viene addirittura da dire che bisognerebbe rivedere il senso della festa del lavoratore. Perché quella che ho visto è stata una guerra. Ho visto il cielo oscurato da cinquanta san pietrini che ho visto passare sopra la testa delle persone, poi i rumori dei vetri, delle bombe, i lacrimogeni, il fumo. Quando sono sceso e ho aperto il portone di casa ho accolto più di una persona terrorizzata: una donna, incinta, un'altra che piangeva, era disperata».
Chi li ha visti in azione ha parlato di un esercito...
«Anche io ho avuto la stessa impressione: usano tecniche di guerriglia, non sono improvvisati come lo eravamo noi ai miei tempi quando facevamo le manifestazioni, attaccano e poi spariscono. È un vandalismo che assomiglia a quello degli hooligans negli stadi».
Dopo quello che è successo è tornato a Livorno?
«No, sono rimasto a Milano, ma tornerò a Livorno nei prossimi giorni. Ho dovuto portare la macchina ad aggiustare e altri amici che vivono qui hanno avuto bisogno di un aiuto».
Che pomeriggio ha passato?
«Ho passato un pomeriggio di paura, blindato dentro casa perché non potevo uscire. Prima di fare l'irruzione dove abito con la mia famiglia, in via Caradosso, nel primo pomeriggio, ho visto i black bloc dalla finestra che hanno fatto un’ ispezione preventiva per vedere dove fossero i carabinieri e capire il luogo. Ripeto: una ricognizione in stile militare. Io li guardavo e dicevo: cosa stanno facendo? L'ho capito dopo. Quando intorno alle 17 si sono schierati. Si sono schierati, identificati e poi sono partiti: tre o quattrocento scalmanati».
Com'erano vestiti?
«Avevano delle maschere specializzate. Poi in via Pagano, finita la manifestazione, hanno lanciato dei lacrimogeni e si sono spogliati lasciando le armi per la strada: pietri, bastoni, maschere».
In casa era con i suoi figli?
«Esatto».
E come hanno reagito loro?
«Hanno 11 e 12 anni. Ed erano terrorizzati. In casa sono cominciati ad arrivare i lacrimogeni. Tutti a piangere. Era un inferno. E le loro domande sono state le più difficili a cui rispondere. Mi domandavano perché. E io non trovano una risposta, perché questa è violenza fine a se stessa. Come diceva quel ragazzino su Youtube che hanno intervistato».
E se lei potesse parlare con i black bloc?
«In tutte le interviste che ho rilasciato li ho invitati a venirmi a trovare in via Caradosso perché il sangue labronico non è acqua, e io li aspetto serenamente, senza maschera, si manifestino e mi spieghino che cosa volevano fare. Ma non verranno mai perché come tutti i vigliacchi spaccano, mascherati. e poi scappano».
E le forze dell'ordine?
«Avevano l'ordine di non entrare in contatto con i manifestanti e così hanno fatto: sono stati bravissimi in questo senso. Però non è giusto. Perché se un cittadino qualunque prova a passare con il rosso con la macchina una pattuglia ti insegue, ti ferma, se dici una parola in più ti arrestano per oltraggio, se ne dici una in meno ti tengono lì quanto gli pare. Mi piacerebbe che due pesi e due misure non esistessero più. Che lo Stato garantisse lo stesso trattamento. E ora serve una giustizia esemplificativa: la pena come contrappasso». E come risarcimento per chi ha subito un danno in quello che doveva essere un giorno di festa e invece si è solo affacciato alla finestra e ha visto la guerra.
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