Il Tirreno

Livorno

“Bella Ciao” e pugni chiusi per l’addio a Garibaldo

di Mauro Zucchelli
“Bella Ciao” e pugni chiusi per l’addio a Garibaldo

Corteo funebre a piedi dalla Svs all’ex teatro dove nacque il Partito comunista

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LIVORNO. «Fischia il vento, infuria la bufera…». Quasi non si è spenta nell'altoparlante la voce di Vincenzo Pastore, presidente Svs, che con un nodo in gola ricorda Garibaldo Benifei («forse il più anziano socio in Italia nelle Pubbliche Assistenze»), ed ecco che una voce intona il canto partigiano davanti alla sede della Svs di via San Giovanni, chiusa al trafffico per ospitare centinaia di persone che assediano la tenda dov'è esposta la bara di un omino minuto che, in quest'oggi di niente, sembra un gigante.

È come se si rompesse una diga: all'ultimo abbraccio a Garibaldo Benifei, la figura-simbolo dell'antifascismo livornese che se n'è andata a 103 anni venerdì scorso, alla vigilia del 70° anniversario della Liberazione, la canzone passa di bocca in bocca e alla fine è un coro. Così che, al pari di tanti pugni chiusi spuntati sotto un cielo che finalmente smette di piangere pioggia, si trasforma in affermazione d'identità. Quale? Da declinare al plurale.

Davanti alla bara coperta dalle bandiere dell'Anppia e della Svs, ci sono le istituzioni attuali – i sindaci Filippo Nogarin (Livorno), Lorenzo Bacci (Collesalvetti) e Rossana Soffritti (Campiglia Marittima, paese dove Garibaldo era nato) più il presidente della Provincia Alessandro Franchi – ma anche quelle della legislatura precedente (Cosimi e Kutufà). C'è il prefetto Tiziana Costantino così come l'ala dell'antifascismo radicale (a cominciare dai giovani del Centro Politico 1921). Ci sono gli anarchici e ci sono carabinieri e polizia. C’è il senatore (Filippi) e c’è l’anima popolare ribelle di Corea (Pio Gianelli con i fiori di campo in mano) e il cuore del folk partigiano (con Pardo Fornaciari del Coro Garibaldi d’Assalto). C'è la comunità ebraica (con il rabbino Yair Didi, il vicepresidente Guido Servi e l'ex presidente Samuel Zarrugh) e ci sono gli anziani ex combattenti (con Gino Niccolai, presidente Anpi, che porta la bandiera dei partigiani e parecchi militanti Annpia con il fazzoletto rosso al collo). Ci sono, fra i candidati in lizza alle regionali, il Pd Francesco Gazzetti e l'anti-Pd Lenny Bottai. C'è qualche Cinque Stelle (La Fauci), un bel po' di Rifondazione e di centri sociali più Buongiorno Livorno e Sel (Benifei era zio del padre del coordinatore provinciale Andrea Ghilarducci), ma anche tanto Pd (ad esempio, Ruggeri e Ciampini, Ceccarini, Altini e Bandini).

Già, perché era il Pd il partito di Garibaldo. Eppure la prima bandiera che s'intravede dietro la bara è quella tradizionale del Pci. Fra tante teste con i capelli grigi, quanti ragazzi nati quando il muro di Berlino era già venuto giù, la falce e martello era diventata archeologia e Garibaldo era già nonno …

Una “confederazione di anime” la più sfaccettata possibile: fuori di qui, neanche si parlerebbero, figuriamoci. Eppure la lezione di Garibaldo e di quella generazione che ricostruì Livorno è anche questa: la capacità di mettersi insieme al di là dei recinti delle ideologie. Del resto, negli anni di Diaz sindaco e con gli americani sull'uscio di casa, Livorno aveva in giunta non solo il Pci ma anche un ragazzo di don Angeli (Orlandini) e perfino un anarchico (Ceccherini). Di più: qui, caso unico in Italia, l'alleanza stile Cln reggerà ben oltre lo scontro frontale del '48.

Sia chiaro, guai a immaginarsi che a salutare Garibaldo sia un minestrone indistinto. Lo dicono i pugni chiusi che salutano il feretro che, passin passino, percorre tutta la strada da via San Giovanni fino all'ex teatro San Marco, dove nel '21 è nato il Partito Comunista (Garibaldo c'era già e gli squadristi fascisti avevano già iniziato a perseguitare la sua famiglia). Poco prima, il carro funebre era passato sul ponte dei Domenicani: a un passo dall'ex convento-carcere, dove Benifei – castigato due volte dal Tribunale speciale fascista – aveva conosciuto in cella un altro antifascista come lui: Sandro Pertini, il presidente della Repubblica più amato dagli italiani. Dietro al carro, c'è la “sua” Osmana, compagna d'amore, di lotta e d'avventura: è sulla carrozzella, ma avreste mai pensato che si sarebbe arresa lasciando Garibaldo andarsene senza di lei solo perché le sue gambe non ce la fanno più?

«Se ne va un gigante della storia», dice il sindaco Filippo Nogarin: «Per tutti noi è stato un faro e ora la comunità è qui: a dire che l'antifascismo continua a essere il riferimento». Guido Albertelli, leader nazionale dell'Anppia, l'associazione degli antifascisti di cui Benifei era presidente nazionale onorario: «Garibaldo è stato un esempio di vita. Caro sindaco, le chiedo di impegnarsi per intitolargli una piazza o una strada» (cosa che, va datto, fin dal primo momento Nogarin ha annunciato).

L'ex teatro San Marco non era un tempio lindo e pinto neanche nei giorni in cui Gramsci, Terracini e Bordiga tenevano a battesimo il Partito comunista, immaginetavi se poteva esserlo adesso. È un asilo e sulle vetrate ci sono scarabocchi di bimbi. Su una colonna all’esterno c’è la cognizione spray dell’amore («Tartufina ti amo») ma anche un lumino («Garibaldo sei sempre con noi»). E una lapide un po’ cimiteriale per ricordare cos’è accaduto lì quasi un secolo fa: la nascita del Partito comunista «sorretto dall’ideologia di Marx, di Engels, di Lenin e di Stalin, dall’esempio di Gramsci e sotto la guida di Togliatti». Posero i comunisti livornesi, nell’anno del Signore 1949.

Il corteo funebre si ferma: in mezzo a una scenografia di gonfaloni (quelli delle istituzioni ma anche quelli dell'associazionismo resistenziale come l'Anpi, l'Anppia e l'Anei) risuonano le note di “Bandiera rossa”. Fanno il paio con la versione balkan di una “Bella Ciao” da brividi che la banda Svs, magnifico moulinex di sonorità e di musicisti – così livornese e così amato da Garibaldo – inizia a ritmi quasi da rintocco funebre e poi lascia scatenare camminando camminando.

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