Il Tirreno

Livorno

La Boschi a Sant'Anna di Stazzema: «Ecco il fascista assassino»

Corrado Benzio
La Boschi a Sant'Anna di Stazzema: «Ecco il fascista assassino»

La ministra in Versilia cita l’uomo, un pietrasantino, che avrebbe guidato le Ss e ricorda il nonno deportato in Germania a 22 anni

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SANT'ANNA DI STAZZEMA. La ministra è bella, sorridente e affabile con tutti. Si sprecano i selfie, i sindaci della Versilia (tutti Pd, quasi tutti di stretta osservanza renziana) se la mangiano con gli occhi. Anche l’assessora di Varano de’ Melegari, provincia di Parma, vuole stringerle la mano. Si sprecano i commenti su di lei («più bella dal vivo che in tv») e sulla mise, molto semplice peraltro: ballerine rosse, tailleur-pantalone blu.

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Siamo a Sant’Anna di Stazzema, 560 vittime della furia nazista il 12 agosto del 1944. Si celebrano i 70 anni della Liberazione. Maria Elena Boschi, 34 anni da Arezzo, lo sa e onora in maniera inusitata quei morti. Facendo un nome e lanciando un’accusa. Il nome è Aleramo Garibaldi, l’accusa è «avere ucciso a mitragliate 17 persone» in quell’alba tragica a Sant’Anna. Per chi non conosce la storia di Sant’Anna quel nome è fonte di polemiche da 71 anni, da quando la strage fu compiuta. Aleramo Garibaldi è l’uomo indicato come guida delle Waffen-SS della 16ª Reichsfurer che risalirono dal mare per attaccare questo paesino sulle Apuane. Si è sempre difeso – oggi è morto – ricordando che anche moglie e figlia furono uccise dai tedeschi. Di fatto non ha mai subito un processo.

Quel nome pietrasantino viene usato dalla Boschi per ricordare che ci furono «gli uni e gli altri». Ovvero i partigiani e chi andò a Salò. Che ci furono – i nomi sono citati da lei – i Kappler, i Reder, i Priebke. Per i repubblichini esprime solo «pietas» umana. Ma ricorda il «nonno deportato a 22 anni in Germania dai nazisti».

Sant’Anna era piena di gente ieri, salita in macchina o a piedi. C’è Marco De Paolis, il procuratore militare che sostenne l’accusa al processo di Spezia contro i 7 soldati. Ci sono i superstiti della strage, come Enrico Pieri che ripete, come una litania: «Solo l’Europa ci salverà». Pieri che parla con la ministra di fronte alla lapide con i nomi dei morti. Quella lapide in granito ancora in terra in mille pezzi, distrutta dalla tempesta del 5 marzo che ha flagellato la Versilia fino a disturbare anche il riposo delle vittime di Gerard Sommer, l’unico dei condannati all’ergastolo ancora vivo. Si vorrebbe che anche la Germania lo processasse, ma il sindaco di Stazzema, Maurizio Verona, ha ricordato nel suo discorso «che la commissione medico-legale non ha ancora stabilito se è in grado di stare in giudizio».

L’ex nazista ha oltre 90 anni, vive in una casa di riposo. L’Italia, Sant’Anna in particolare, sperava in un gesto almeno simbolico. Che la Procura tedesca, dopo l’ergastolo italiano, lo costringesse agli arresti domiciliari. Sant’Anna è questo intreccio di passato e presente, di passioni e dolore. La Toscana è stata terra di stragi, oltre 4mila morti fra i civili. E l’elenco è lungo: Civitella della Chiana, Fucecchio, Vinca, la Certosa di Farneta a Lucca, le fosse del Frigido a Massa. E certo poi Sant’Anna, la peggiore. Quella più a lungo dimenticata. La medaglia d’oro al valor militare arriva solo nel 1971 ed è firmata, paradossalmente da Tanassi. Era ministro della Difesa, l’unico a finire dentro per il celebre sca. ndalo della Lockheed, gli aerei comprati dagli americani tramite tangente.

Il primo presidente che salì quassù fu Pertini. Poi il vento è cambiato. A Sant’Anna sono saliti Ciampi e Napolitano, insieme al presidente tedesco. C’è stato poi il film di Spike Lee. Polemiche a non finire sulla trama, pellicola non riuscita, ma le scene della strage sono indimenticabili. Il regista Usa sbarcò nel 2008 in Italia non tanto e non solo per raccontare la strage ma per ripercorrere l’epopea della Buffalo, la divisione di fanteria che inquadrava solo soldati neri, per la prima volta mandati al fronte. E oggetto di profondo razzismo da parte degli ufficiali bianchi. I tempi sono cambiati. E così ieri, a parlare a Sant’Anna c’era anche Bernard Dika, 16 anni. Suo padre, albanese, nel 1994 arrivò in Italia su un barcone. Ventun'anni dopo, Bernard è intervenuto alla cerimonia chiedendo alla ministra più Resistenza nei programmi della scuola e citando Calamandrei e la sua celebre Ode al camerata Kesselring. Tiene a ricordare di aver iniziato come «più giovane coordinatore di un comitato pro Bersani, nel 2012», Bernard, giacca blu e camicia bianca, ha un aspetto che ricorda Renzi da giovane. Vive a Larciano, studia al liceo classico e fa parte del parlamento toscano degli studenti. È arrivato in Italia quando aveva un anno, nel 1998.

Sant’Anna fu a lungo la strage dimenticata perché per troppo tempo si sono accusati i partigiani di non avere difeso la popolazione. La Boschi facendo quel nome, e per quanto può contare oggi, ha messo un punto fermo. C’erano gli uni e gli altri. Eppure la strage ebbe testimoni poi illustri. Come Elio Toaff , l’ex rabbino capo di Roma recentemente scomparso, che sulle Apuane fu partigiano nelle brigate Garibaldi. E fu uno dei primi ad entrare nel paesino dopo l’eccidio, con quell’odore di carne bruciata che lo seguirà per sempre. E la strage ebbe un’inchiesta rigorosa da parte della polizia militare americana. Con tanto – siamo a pochi mesi dalla strage – di nomi degli italiani. Ieri sera anche RaiUno ha reso omaggio a Sant’Anna con un lungo collegamento nel programma di Fabio Fazio. C’era l’attore Marco Paolini a riannodare i fili della memoria e a raccontare quel giorno.

Ma sarà sempre difficile rendere il clima di allora. Nelle «Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana» ci sono anche le ultime parole di Balilla Grillotti da Montignoso, 42 anni, figlio di un socialista ucciso nel 1922 dagli squadristi. Balilla fu torturato e poi fucilato a Genova come gappista. Nella lettera alla moglie mette un post scriptum: «allego lire 137». In quei 20 mesi di occupazione c’era tutto. La vita, la morte, gli ideali. E anche il bisogno. C’era il sangue vivo degli italiani. C’era Bella Ciao. C’era. La banda chiamata a S. Anna non l’ha suonata: «Non l’abbiamo in repertorio». In Italia le cose vanno così.

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di Redazione web