Gioco
Addio a un ragazzo di 103 anni anti-eroe e ribelle
Niente carriera politica né scranni nelle istituzioni Dopo la Resistenza l’impegno nell’associazionismo
LIVORNO. Il romanzo dell'esistenza ultracentenaria di Garibaldo Benifei – così minuto nel fisico, così tenace nelle idee – arriva all'ultima pagina alla vigilia dell'anniversario numero 70 della liberazione dai nazifascisti. Avrebbe voluto esserci: anche stavolta, come chissà quante volte. A rendere testimonianza.
Del resto, se è diventato l'icona dell'antifascismo non lo si deve a un “santino” cristallizzato in quel che accadde allora: magari qualche spettacolare azione partigianae, prima ancora, alla doppia condanna da parte del Tribunale speciale del regime fascista.
Quel che era stato sia negli anni come “sovversivo” facendo mille mestieri sia nel periodo alla “macchia” (come quando era vicecommissario della Divisione interprovinciale garibaldina) lo aveva declinato nei settant’anni successivi. Niente carriera politica, salvo la nomina alla testa della federazione Pci di Piombino subito la guerra: né deputato né leader e nemmeno assessore. Zero incarichi istituzionali (se non la presidenza dell’Eca). Semmai un lunghissimo impegno nella società per dire che non aveva smesso di essere partigiano.
L’aveva fatto guidando il movimento cooperativo badando agli effetti che il caro-vita aveva sulle famiglie: figurarsi che a guerra finita, nell’Italia liberata ma spaccata in due dalla “guerra fredda”, si vedrà piombare addosso un ordine di cattura con un’accusa-pretesto che pochi mesi più tardi cadrà mentre lui è ancora latitante.
No, dopo la guerra Garibaldo non si era rifugiato fra gli amarcord del sogno del (mancato) sorgere del sol dell’avvenire. Si era messo in gioco, ad esempio, sul fronte caldo della solidarietà. L’ha fatto guidando la Pubblica Assistenza Svs così come l’Eca, l’ente che si occupava di un esercito di “ultimi” in cerca di un piatto di minestra. L’ha fatto nell’associazionismo: nel ’57 lo troviamo fra i padri fondatori dell’Arci e più tardi nell’organizzazione che sostitiene i bambini saharawi, il popolo di senza patria costretto a vivere nelle tendopoli del deserto. L’ha fatto nell’antifascismo: ai vertici dell’Istoreco (Istituto storico della Resistenza) e dall’Anppia, l’associazione dei perseguitati antifascisti.
L’ha fatto fino a poco tempo fa soprattutto nelle scuole: in mezzo ai ragazzi che l’hanno visto come un nonno che racconta la vita e non ha l’aria barbosa del prof. Lo testimonia un episodio di qualche anno fa, giusto di fronte a una scolaresca di bimbi tutti smartphone, sneaker e brufoli: solita presentazione di assessori e esperti, un filo di applausi quanto basta per un minimo di cortesia. La standing ovation salta fuori quando tocca a lui: gli altri saranno persone importanti per i loro babbi,quell’omino minuto invece l’hanno conosciuto loro, è venuto a scuola a incontrarli.
A raccontargli cosa? Ad esempio, di quando era un ragazzo come loro: «A 12 anni dovevo guadagnarmi la pagnotta portando vetri incandescenti da un reparto all’altro della vetreria Rinaldi». Poco più di un bimbo, e già deve scegliere da che parte stare quando gli operai ingaggiano un duello sindacale durissimo in fabbrica.
Dovrà aspettare qualche anno per prendere la licenza elementare alle serali, intanto inizia la peregrinazione di mestiere in mestiere. Dice che a fargli scattare la molla dell’antifascismo è stato proprio il periodo in cui fa il garzone in un bar: deve portare il caffè a gerarchi nella sede del Pnf e «lì dentro vedo vessilli della mia terra d’origine, la Val di Cornia, appesi sui muri come trofei di caccia: era logico che mi sentissi di star dall’altra parte della barricata».
Come dice la “scheda riservata” della prefettura di Livorno in data 28 aprile 1931, i fratelli sono l’uno anarchico e l’altro comunista. Bisognerebbe aggiungere che il padre era repubblicano e l’altro fratello (morto nel ’26) invece socialista: è un puzzle che sembra la riprova dell’anima plurale della sinistra. In realtà, per Garibaldo è qualcosa di più concreto: le squadracce prendono di mira la famiglia Benifei e la costringono a fuggire da Campiglia.
Probabile che lui l’avesse capito presto che l’esistenza non sarebbe stata un pranzo di gala. Il nome Garibaldo glielo mettono per ricordare il padre morto poco prima che lui nascesse: siamo nel solco della tradizione del Risorgimento democratico dal cuore garibaldino che è la radice storica dell’identità “rossa” di tanta parte delle nostre terre (non è forse vero che Livorno è la seconda città italiana nei certificati anagrafici dei Mille?). .
Dall’altra parte della barricata ci starà insieme a Osmana Benetti, la compagna di una vita. In una storia d’amore nata – e qui fa capolino un altro simbolo – con la liberazione di Livorno. L’uno e l’altra riceveranno la “Livornina”, massima onorificenza, in due momenti differenti, da due sindaci differenti e da due giunte differenti.
Sapevamo tutti che aveva più di cent’anni eppure sembra impossibile che adesso quell’omino gracile e tostissimo non ci sia più: è quel che sottolinea anche l’addio dell’Anpi, l’organizzazione degli ex partigiani. Lui no, forse se lo sentiva: se lo sono detti anche in famiglia, visto che un paio di giorni fa, quando si sono trovati a tavola un po’ tutti quanti, compresi parecchi nipoti, Garibaldo ha fatto quasi «il bilancio di una esistenza lunga un secolo», una sorta di «testamento umano davanti a noi familiari», come riferisce il figlio Maurizio: ha detto di aver fatto «tante cose, qualche volta bene e qualche volta no, «le ho fatte per chi conoscevo e anche per chi non conoscevo, ma l’ho fatto perché avevo in testa una idea di fratellanza».
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