Gioco
Lo sfogo di lui: ho perso il lavoro, la pago con la liquidazione
La storia di Giovanni: costretto a pagare tutti gli extra, la sua azienda lo mette in mobilità: finisce col pagare alla moglie 1150 euro al mese guadagnandone solo 950
È un fiume in piena il grossetano Giovanni P: «Ho bisogno di sfogarmi, dice, perché la mia è una storia assurda: come posso dare ciò che non ho?»
La sua “disgrazia” - così la definisce - comincia nel momento in cui, nel 2005, sceglie la separazione consensuale, dopo un paio d'anni da “separato in casa”: «Sono stato un tonto a non tutelarmi», ora s'arrabbia con se stesso. Con la sentenza Giovanni, che all’epoca ha un lavoro da quadro in un'azienda di livello nazionale, accetta di pagare un assegno di 500 euro all’ex moglie - che resta nella villetta comune - più altri 1000 per i suoi due bambini, ancora piccoli. Si accolla però - e ben presto se ne pente - anche tutte le utenze (gas, luce, acqua) dell'abitazione di lei e accetta di pagare il mutuo della casa per i dieci anni restanti (una cifra intorno ai 50mila euro). Lui per un po' torna a vivere dai genitori poi si trova un appartamento in affitto. Ha uno stipendio discreto e se la cava. Cambia lavoro - gli offrono un posto in un’azienda di livello internazionale che lo spedisce spesso in giro per il mondo, dal Sudamerica alla Cina - e il suo stipendio sale un altro po', arrivando intorno ai 2800 euro.
Giovanni è puntuale nei pagamenti e l'ex moglie, disoccupata, gli addebita tutto ciò che può: le visite mediche dei figli, l'abbonamento al pullman, la palestra e via dicendo, senza però concordare niente: manda anzi i bimbi dal padre con conti e scontrini. Così lui dopo un po' si stufa della situazione.
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È all'estero per lavoro quando gli arriva la lettera di un avvocato che gli intima di pagare gli extra. Allora si rivolge a un legale e fa ricorso. Nel 2012 c'è un giudizio a suo favore: l'assegno viene ridimensionato a 1200 euro, di cui 200 alla ex moglie, che continua a non lavorare. Ma mentre lui è in Sudamerica per conto dell'azienda, lei riesce a fargli pignorare un quinto dello stipendio, sostenendo che l'assegno non è mai stato adeguato al costo della vita in base all’indice Istat. Intanto però la crisi si fa sentire e nella ditta di Giovanni si comincia a parlare di mobilità. Lui è un po’ in ansia tanto più che non si sente ben rappresentato dal suo avvocato. Così s'iscrive all’Associazione padri separati che ha sede a Bologna ma referenti in molte città (basta consultare il sito www.padri.it) che gli propone un altro legale. Alla successiva causa il giudice riduce di altri 100 euro l'assegno a suo carico (gli viene anche restituita la parte di stipendio pignorata) e stabilisce che le spese mediche, sportive e d'istruzione dei figli spettino in parti uguali a ciascun genitore e debbano essere concordate.
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Ma nel luglio scorso ecco la mazzata: la mobilità arriva davvero e Giovanni deve accontentarsi di 950 euro al mese. Continua a versare l’assegno di 1100 euro attingendo al Tfr, ma è sempre più preoccupato. Per quattro volte chiede di ridefinire l'assegno perché la sua situazione è cambiata e per quattro volte gli viene risposto picche. «O m'ammazzo o m'incateno davanti a qualche ministero», pensa in quel periodo. Poi nel gennaio scorso trova un lavoro a termine, con contratti via via rinnovati. Ora sa che fino a luglio potrà contare su uno stipendio di quasi 1300 euro al mese, ma poi? «Cosa faccio quando ho finito il Tfr?» si chiede Giovanni, che nel frattempo ha intentato un'altra causa. «I tempi della giustizia però sono lunghi e si mangia tutti i giorni». (g.v.)
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