Il Tirreno

Livorno

Matrimoni e divorzi: l'ex non paga gli alimenti a chi si rifà una vita

di Gemma Vignocchi
Matrimoni e divorzi: l'ex non paga gli alimenti a chi si rifà una vita

La recente sentenza della Cassazione mette sullo stesso piano famiglia di fatto e unione matrimoniale. Anche quando la convivenza fallisce

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DA SAPERE

  • La persona divorziata che si risposa perde automaticamente l'assegno divorzile.
  • Nel 2011 la Corte di Cassazione (con la sentenza n.17195)  stabilisce che anche il divorziato che ha una convivenza stabile perde gli "alimenti", però se la convivenza finisce l'ex coniuge deve versare di nuovo l'assegno (che dunque era stato soltanto sospeso).
  • Ora - con la sentenza n.6855 dell'aprile 2015 - la suprema Corte dice invece che non si è tenuti a versare nulla se l'ex coniuge ha una convivenza stabile e con un progetto comune, nemmeno nel caso che la relazione finisca: la famiglia di fatto è così equiparata all'unione matrimoniale

LA SENTENZA DELLA SVOLTA

  • "Il parametro dell'adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner non può che venir meno di fronte all'esistenza di una vera e propria famiglia, ancorché di fatto".
  • "Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile".

*****

«Una sentenza coraggiosa», la definisce Maria Gigliola Montano, avvocato matrimonialista di Livorno. E certo piacerà a quegli ex mariti che finora si trovavano costretti a pagare a vita l'assegno di mantenimento all'ex moglie, anche se lei dopo il divorzio aveva tentato di ricrearsi una famiglia grazie a una nuova relazione, poi naufragata. Adesso la Cassazione parla chiaro: se la convivenza fallisce, il diritto all’assegno non può "risorgere" e l'ex coniuge esce di scena per sempre. E così la suprema Corte dice una cosa innovativa, e cioè che la famiglia di fatto deve essere equiparata al matrimonio. Un concetto in realtà già espresso in anni recenti ma che ora assume ancora più forza e pregnanza.

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Famiglia di fatto. Adesso non è più così. La Corte si è pronunciata in relazione al caso di una signora di Lecce che pretendeva di tornare a percepire i mille euro al mese che l'ex marito in precedenza le dava, dopo che la sua unione di fatto era cessata. Ma la sua richiesta è stata rigettata.

Famiglia di fatto, ha spiegato la Corte, non vuol dire soltanto convivere come coniugi, significa anche dar vita a una “famiglia portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli”. Siamo dunque di fronte a una “formazione sociale” che, pur non essendo giuridicamente identica, non è molto diversa da quella che si crea con le nozze, e che ha anche, naturalmente, un rilievo economico. Una relazione di questo tipo, che prevede un progetto di vita comune - nel caso in questione quel progetto si era concretizzato nella nascita di due figli - è quindi una sorta di secondo matrimonio: la conseguenza è che "si rescinde ogni connessione con il tenore e il modello di vita" che caratterizzavano la prima unione. Dunque l'assegno divorzile decade per sempre. E non conta se la convivenza a un certo punto finisce: la scelta è stata fatta ed è stata “una scelta esistenziale, libera e consapevole” che deve mettere in conto dei rischi. In molti ora tireranno un sospiro di sollievo, mentre qualcun altro si sentirà forse un po' meno tutelato.

«La materia è delicata - osserva l'avvocato Montano - ma con questa sentenza si è girato pagina in maniera significativa, andando verso una maggior equità, perché se è vero che il soggetto debole del rapporto va tutelato, è vero anche che non può esserci un obbligo perenne quando le condizioni cambiano. E poi la Corte, altra cosa importante, ha stabilito quali sono le caratteristiche della famiglia di fatto: stabilità, continuità, progetto di vita condiviso e anche proventi economici condivisi. Il difficile semmai è dimostrare in sede di giudizio l'esistenza della convivenza quando la ex moglie, per non perdere l'assegno, la nega. Questa difficoltà del resto c'è già oggi». Ma ora le cose potrebbero complicarsi, visto che la posta in gioco è maggiore.

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Storie. L'avvocato ha parecchi casi da citare, ad esempio di donne che a un certo punto cominciano a fare viaggi costosi e a sfoggiare gioielli ma insistono nel dire di non avere relazioni stabili che arrechino benefici economici. «Ricordo un signore che mi disse di essersi stancato di pagare persino per il cane della nuova coppia. La ex moglie aveva un compagno fisso, che però pur vivendo con lei, manteneva una sua residenza e stava attento a non farsi vedere quando arrivava dalla compagna. Tre o quattro volte, però, fu notato dagli inquilini il mattino presto mentre usciva per buttar via la spazzatura, e quella testimonianza fu determinante».

Altro caso, un po’ più complesso. Per nascondere la convivenza con una signora divorziata, il nuovo compagno aveva preso in affitto un piccolo immobile: ogni giorno lasciava lì davanti l'auto parcheggiata e per non dare nell’occhio si recava dalla donna in bici. Diverse volte i condòmini lo videro arrivare da lei con le borse della spesa, eppure nemmeno questo in tribunale bastò. Né bastò il fatto che dalla relazione fosse nato un bambino. La signora infatti si era cautelata facendo ricorso per chiedere all'uomo il mantenimento del figlioletto: dimostrava così di non aveva tratto alcun vantaggio economico dalla relazione, al punto che era costretta a rivolgersi al giudice. L'ex marito assoldò allora un investigatore per smascherarla.

La parte debole. Naturalmente le vittime non sono sempre gli uomini, anzi quando si parla di famiglie di fatto ad avere bisogno di tutela sono spesso le donne, tanto più che a volte non sono loro a scegliere di non sposarsi, ma subiscono la decisione. E c’è chi, dopo convivenze lunghe, si ritrova in situazioni drammatiche. La Montano fa l'esempio di una coppia non più giovane che s'incontra, s'innamora e va a vivere insieme. Venticinque anni dopo, però, l'uomo perde la testa per una giovane romena. Ora l’ex compagna, ormai anziana, deve “presidiare” la casa per timore che lui la butti fuori.

La recente sentenza della Cassazione potrebbe rischiare allora di lasciare i più deboli senza alcun paracadute. «Possibilità di tutele però ce ne sono - spiega la Montano - semplicemente sono lasciate all'autonomia delle parti. Il risarcimento dei danni è possibile sempre, e poi ci sono i tribunali. Non dimentichiamo infine che oggi i figli sono tutti equiparati, che siano nati all’interno del matrimonio o fuori».

Le questioni aperte. Ci si potrebbe però chiedere se la Cassazione, insistendo tanto nel definire la famiglia di fatto, non abbia inteso suggerire al legislatore la necessità di regolamentarla. È un vecchia questione che però continua a dividere: c’è chi sostiene che non servono norme visto che chi sceglie la convivenza lo fa proprio perché vuole una situazione più flessibile e libera, altrimenti si sposerebbe. Questo però non è vero, per esempio, per gli omosessuali. E ci sono tanti temi da regolare, come eredità, pensioni di reversibilità e altro. Le unioni civili passano insomma sotto i riflettori.

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