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Livorno

Toaff story, ecco le radici nella città senza ghetto

 Toaff story, ecco le radici nella città senza ghetto

Una figura straordinaria nata nel solco di una tradizione che non ha uguali In quel sorriso l’ironia labronica mescolata allo spirito ebraico

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LIVORNO. «Non era un colosso, no: forse più minuto nel ricordo che nella realtà. La statura non la fanno i centimetri ma la carica di umanità: eppure sotto quel cappello c'era un gigante, datemi retta». La signora di mezz'età, zazzera castana e foulard idem, il rabbino Elio Toaff non l'ha visto che «un paio di volte», però «aveva un modo di fare così spontaneo: livornese, insomma». E adesso è lì davanti alla sinagoga, un po' in disparte, ma con l'intenzione chiara di «esserci»: è l'ultimo abbraccio, punto e basta.

L'immagine del gigante sembra saltar fuori anche dalle parole di Gadi Polacco, ex consigliere nazionale dell'Unione comunità ebraiche e anima di Comunitando, blog di “cose ebraiche” (e anche figlio del rabbino Bruno): ma è un gigante che usa la propria altezza per ricollegare il cielo alla terra. Toaff era l'ultimo degli allievi della Scuola rabbinica di Livorno prima che le leggi razziali e l'antisemitismo lo costringessero a chiudere: «Nel solco della tradizione livornese – dice Polacco – così legata all'impronta di Elia Benamozegh: patriota risorgimentale l'uno e partigiano combattente l'altro. Ambedue con una forte radice mistica e al tempo stesso con i piedi ben piantati per terra».

Toaff è stato «ambasciatore della livornesità nel mondo con quell'accento e quello spirito labronico che conservava orgogliosamente»: coglie bene nel segno il sindaco Filippo Nogarin. Ma, al di là dell'inflessione salmastra, è proprio dentro l'identikit dell'anziano leader ebraico che si avverte l'imprinting della città, d'un modo d'essere collettivo: all'ombra della sinagoga (ma forse anche dei campanili e delle “case del popolo”). Il primo aspetto è il fatto che Livorno rappresenta una delle poche realtà in cui la comunità ebraica non ha soltanto il ceppo borghese ma anche quello proletario fatto di tute blu e micro-commercio («e quest'esperienza di vita credo che l'abbia aiutato non poco a guidare per mezzo secolo una grande comunità come quella romana che ha un paesaggio umano simile»).

Non dimentichiamo però che la straordinaria apertura d'una Livorno storicamente senza ghetto aveva richiamato qui da noi tante grandi famiglie mercantili legate ai traffici nei porti mediterranei: logico che sul terreno di questo aggregato sociale di alto livello, per soldi e per cultura, potesse germogliare una centro di alti studi rabbinici che ha fatto scuola quantomeno nell'ambiente mediterraneo. Del resto, negli ultimi anni magnifici contratti di matrimoni settecenteschi nella comunità ebraica livornese sono stati battuti nelle aste da Christie's e da Sotheby's per cifre da 20-30.000 dollari a più di 100.000.

Sì, c'è tanta Livorno dentro Toaff e lui l'ha rivendicato ogni volta che è stato possibile, anche se se n'è andato altrove più di settant'anni fa: un po' come Carlo Azeglio Ciampi. D'altronde, la tradizione ebraica di marca labronica è talmente forte da poter contare su un dialetto proprio (il bagitto), su una propria impostazione dei rituali (figurarsi che a Gerusalemme vengono pubblicati libri di preghiere «secondo l'uso di Livorno»), su un proprio corpus di musiche religiose (si pensi ai canti sinagogali di autori livornesi come Michele Bolaffi conosciuti anche dall'ebraismo anglosassone).

Non è un segreto che Toaff abbia conosciuto bene anche questa radice dell'ebraismo in chiave musicale. «Ho cantato nel coro della sinagoga col maestro Ernesto Ventura e ricordo come, scherzando, lo chiamavamo il "Mascagni" degli ebrei»: lo disse lo stesso Toaff al Tirreno nel febbraio di 13 anni fa in occasione di una sua visita speciale a Livorno: quella in cui l'allora sindaco Gianfranco Lamberti gli conferì la “Livornina”, massima onorificenza della città («mai dimenticherò la mia Livorno, il suo popolo e gli anni splendidi che vi ho trascorso»). Non è affatto un caso, dunque, se amici e familiari livornesi avevano pensato di portargli in dono per il compleanno numero cento, atteso per fine mese, un cd del coro Ventura con gli anti canti sinagogali livornesi scovati anche da Daniele Bedarida, nipote del rabbino-simbolo.

Ma è labronica – ed è questo il terzo tassello del puzzle-Toaff che tutti abbiamo amato – soprattutto quell'arte dell'(auto)ironia che, mescolata allo spirito ebraico, è stata forse l'ingrediente numero uno che gli ha consentito di tenere insieme la terra e il cielo. D'altronde, quando qualche anno fa venne a Livorno a trovare la comunità israelitica riunita nel tempio, l'accoglienza – raccontano ora gli esponenti israelitici labronici – «fu talmente calorosa che sembrava non fosse mai andato via».

Non era solo una straordinaria intelligenza (un individuo «unico nella sua generazione», come dirà il rabbino Yair Didi nella commemorazione rituale al cimitero): è anche il prodotto di questa storia, a suo modo unica. A cominciare da quella dell’ebraismo livornese: così tanto impastato con la città che Elio Toaff, un uomo con il cuore spalancato sul mondo, per l’ultimo viaggio ha deciso di tornarsene qui. E se l’ha detto un tipo come lui, una buonissima ragione ci sarà.

Mauro Zucchelli

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