Lutto
«Alla fine ci scuote soltanto la televisione»
Per il babbo di Bobo «oggi manca la passione politica»
SCANDICCI. La satira non sta proprio benissimo. E anche di Charlie Hebdo e dei suoi morti rischiamo di dimenticarci in tutta fretta. Sono passati solo tre mesi, ma quel giorno di sangue e l’indignazione successiva sembrano già sfumate. Vero Staino?
«A livello popolare credo che l’impressione sia esatta – conferma Sergio Staino, regista, scrittore e vignettista sommo – le cose si dimenticano. È quanto accaduto alla strage di Parigi. Ha occupato per giorni ogni genere di media, poi lentamente è sparita dai giornali. Questa è l’informazione globale oggi. Sia che si parli di Charlie che dei migranti annegati. Copertura totale finchè la notizia tira, poi il silenzio. C’è però un altro livello di interesse, meno pubblico e popolare. Sono stato invitato a Reims per un incontro sul futuro ma anche sui limiti della satira. Per dire che in certo mondo ci si continua ad interrogare, non solo e non tanto sul 7 gennaio. Ma anche sui limiti della satira, sempre che ci siano».
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Diciamoci la verità. Quella di Charlie a partire dal suo direttore, era decisamente brutta. Dalla grafica (ad esempio la satira italiana ha una grafica molto elegante) alle battute. E non solo rispetto all’Islam.
«E’ vero. È così. Io sapevo come andavano le cose al settimanale da Wolinsky, il grande vignettista morto a Parigi e mio amico di vecchia data. Il giornale non vendeva e la situazione economica era quella che era. Ma proprio perché alla fine la qualità era limitata a poche firme».
E la satira italiana come se la passa. Un tempo se la spassava, fra settimanali, supplementi, riviste. Da Tango al Male a Cuore.
«Io credo che vada abbastanza bene. Non sui giornali, ma ad esempio online. E’ chiaro che non è un problema di talenti, ma di passione politica. Che oggi non c’è. Ricordo le vignette di Pirelli e Pericoli sulla copertina dell’Espresso. Contribuirono alle dimissioni del presidente Leone. Oggi una vignetta in copertina lascia il tempo che trova. Non sempre però. Io credo che la rabbia di Berlusconi e la voglia di comprare il Corriere era legata anche alle vignette in prima pagina di Giannelli».
Se oggi volesse fare un nome che le piace.
«Corrado Guzzanti. Perché fa della grande satira politica senza parlare mai direttamente di politica. Da ammirare. Non capisco invece più la sorella. Sabina Guzzanti ha lasciato la satira per un altro genere di spettacolo. Fatto di invettive, insulti. Non è satira e non mi piace».
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E Maurizio Crozza? Un innovatore o un Alighiero Noschese aggiornato.
«E’ bravo sulla scena. Per lui scrive ogni genere di autore. Di destra e di sinistra. Alla fine questo oscillare si vede. Io penso invece ad Altan o a Stefano Benni. Loro sono autori di se stessi, dicono e fanno quello che elaborano loro. Lo stesso dicasi per un autore come Vauro».
Un tempo c’era Cuore. Fra i tanti titoli celebri viene in mente «Scatta l’ora legale. Panico fra i socialisti».
«Un grande titolo, al di là del bersaglio. Perché da un dato banale, l’ora legale, scaturisce una battuta fulminante. C’è da aggiungere che spesso le battute hanno impatti diversi a seconda del mezzo di comunicazione».
Un esempio?
«Quando Beppe Grillo sparò la famosa battuta: “Ma se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?”. E’ di fatto una battuta da bar, niente di più. Ma detta in diretta su RaiUno il sabato sera, ha un effetto dirompente. Che poi costò a Grillo l’allontanamento dalla tv di Stato per qualche anno».
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Grillo è diventato capo politico. Altri vignettisti hanno lasciato il campo nel quale combattevano per schierarsi con il “nemico”. Che ne pensa?
«Gli esempi non mancano. Penso a Giorgio Forattini, allo stesso Giampaolo Pansa. La generosità che ha la sinistra verso il prossimo, tavolta si perde. Magari si ha successo, si guadagna bene e si abbandonano certi riferimenti».
Linus compie cinquant’anni. Ha lanciato tutti i satirici e non solo , dai Peanuts in là. Ha introdotto al gusto ed anche alla politica almeno un paio di generazioni di italiani. Narrano le cronache che fu aperto negli anni Sessanta da un gruppo di imprenditori della buona borghesia milanese. Sarebbe possibile oggi fare un’operazione del genere?
«No. Perché la borghesia imprenditoriale pensa solo alla rendita. Immagina di guadagnare solo con qualche speculazione immobiliare. E basta. E non c’è solo quello. Io penso ad Oreste Del Buono, elbano salito a Milano. Dove lo si ritrova un operatore culturale come lui. Nella sua vita avrà aperto cento porte, esplorato cento territori. Magari 99 gli andavano male, ma il centesimo era geniale. Come Linus, appunto. Ma penso anche ad Angelo Guglielmi, mitico direttore di RaiTre e di un modo nuovo di fare tv. Indicatemi ora un personaggio del genere».
La satira italiana, nessuno escluso, non va mai oltre Chiasso. Parliamo solo di noi, delle nostre frustrazioni e dei nostri politici. Eppure ce ne sarebbe da disegnare: dalla Merkel alle donne di Hollande. Giusto l’ex presidente francese Sarkozy aveva considerazione, ma giusto perché aveva sposato Carlà Bruni, la belle italienne.
«I nostri giornali non vanno mai oltre i confini e allora la satira si adegua. Perché alla fine è l’orizzonte di noi italiani che si ferma alle Alpi. Del resto nel nostro paese c’è solo un quotidiano che si occupa con frequenza e qualità del pianeta. E’ l’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. L’interesse di Avvenire per il mondo è legato ad una Chiesa, e non solo perché c’è papa Francesco, ma da sempre, che ha legami ed interessi che sono universali».
Siamo votati a questo disinteresse?
«Ma certo. Quando vai al bar non senti parlare della Merkel o di Obama, Ma di problemi del paese, o di calcio. Anni fa la Nazione mi chiese una vignetta per presentare un maxi inserto dedicato alla scuola. Mi piacque l’idea e il disegno fu pubblicato in prima pagina. Bene, non lo aveva visto nessuno. Nessuno me ne parlò. Scoprì allora l’arcano: che a Firenze come a Livorno si salta a piè pari la prima pagina e anche la cronaca nazionale. Ci si fionda subito sulla cronaca, che normalmente sta al centro della foliazione. Questa è l’Italia. Alla fine ci scuote solo la tv. Che oggi non dice più Je suis Charlie . E allora anche il 7 gennaio cade nell’oblio».
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