Gioco
Addio a Toaff davanti alla sinagoga L’abbraccio della “sua” Livorno
Presenti il ministro Giannini («l’Europa ha bisogno di maestri come lui») e rabbini da tutta Italia ma anche una folla di non-ebrei che l’hanno visto come un riferimento morale per le coscienze
LIVORNO. «Era ebreo italiano ma livornese». Pensatelo come un paradosso grammaticale, però dentro quell’assurdo “ma” pronunciato da Ariel Toaff per raccontare al mondo suo padre Elio c’è proprio tutto. C’è tutto l’amore di un figlio per questo straordinario padre, che ha diviso con tutto l’arcipelago di coscienze che nel rabbino-simbolo un “padre”. C’è tutto l’amore di Elio Toaff per la “sua” Livorno che, come racconta il figlio, «vedeva dappertutto: nei dipinti di Natali e Ulvi Liegi, nel mare, nei libri di preghiere “livornesi”». C’è, in realtà, tutta Livorno: quasi un funambolismo sul filo di niente che è la storia di noialtri, senza ghetto né legge ma anche tanti guai.
LE PAROLE DEL FIGLIO
Ariel Toaff lo dice di fronte a quella sinagoga di cui il padre non è mai stato rabbino. Lì accanto c’è un ministro (Stefania Giannini) e c’è un diplomatico (l’ambasciatore di Israele Naor Gilon), c’è una sfilza di istituzioni (a cominciare dal sindaco M5S attuale, Filippo Nogarin, e quello Pd precedente, Alessandro Cosimi, che sotto il candelabro-menorah si scambiano una stretta di mano), c’è uno stuolo di rabbini (un po’ da tutta Italia), c’è una galassia di realtà associative (come gli ex partigiani o come la massoneria del Grande Oriente con Massimo Bianchi). E c’è una bella fetta di Livorno, fatta di centinaia di facce: e se siamo davanti alla sinagoga anziché dentro, forse è perché la comunità ebraica e la famiglia hanno voluto fare di questo pianto non una cosa loro bensì, al contrario, aprirsi ai tanti non-ebrei che volevano dare a Elio Toaff l’ultimo abbraccio, magari semplicemente perché l’avevano sentito come un maestro che parlava anche al loro cuore.
Già, un maestro. È il ritornello sul quale insiste anche il ministro Stefania Giannini: «Lo è stato con il pensiero: nella sua profondità di studioso. Lo è stato con l’azione: nella lotta per la libertà come partigiano». Poi, per far capire di quale rango stiamo parlando, vola oltre i confini della comunità ebraica, della città e del Paese: «L’Europa ha bisogno di maestri».
L’assist per parlare di maestri gliel’aveva dato il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, pescando dall’album degli amarcord una visita di Giannini alla scuola ebraica romana per la cena pasquale. E se Ariel Toaff parla del padre come «ebreo italiano ma livornese», Pacifici aveva insistito sulla svolta che aveva dato Toaff prima con l’esempio che con le parole: aveva combattuto «da partigiano italiano, voglio dire italiano e basta». Dunque, a pieno titolo nel cuore del proprio esser cittadini.
RISORGIMENTO EBRAICO
Tradotto: Toaff – come ribadirà anche Renzo Gattegna, guida dell’Unione delle comunità ebraiche – che arriva a Roma nel ’51 non ha solo da fare i conti con l’oceano di dolore dei morti per la Shoah, rimette in piedi «anche l’orgoglio della comunità, del proprio “esserci” ed esser ascoltata e rispettata». Non è perciò un azzardo usare, come fa lui, la parola “Risorgimento”. E nemmeno vedere in Toaff, come fa l’ambasciatore Gilon, «un grande leader italiano che ha guidato la sua gente con amore e intelligenza».
Ma, inutile dirlo, ha ragione Ariel Toaff: Livorno rispunta fuori dappertutto. A cominciare da quando Vittorio Mosseri, presidente della comunità labronica, ricorda che è per «precisa volontà di Elio Toaff» che funerale e sepoltura avvengono a Livorno: qui era nato, qui aveva completato gli studi rabbinici, qui sono sepolti da generazione i Toaff.
FIGLIO DELLE “LIVORNINE”
È il sindaco Filippo Nogarin a cogliere al volo la sottolineatura: «Caro Elio, tu sei figlio delle “leggi livornine”» (con una appendice sotto il segno 70° anniversario della Liberazione visto come «atto d’amore per la libertà»).
L’ultimo paradosso è il fatto che sia un vescovo pisano a fare l’elogio della livornesità: non in astratto, ma «nel concreto dell’esperienza di Toaff – ripete mons. Giusti – e della sua amicizia con monsignor Ablondi». Parte da questi due grandi livornesi il gran lavorìo preliminare che sta alla base la svolta storica: papa Wojtyla che in sinagoga, accolto dal rabbino Toaff, parla degli ebrei come “fratelli maggiori”.
L’ultimissimo atto è al cimitero ebraico alle spalle di quello municipale dei Lupi. Il rabbino Yair Didi gli dà l’addio così: «Chi ama la pace ama la gente e chi ama la gente ama la Torah: Elio Toaff era questo». Poi, dopo il lavaggio rituale, i sette giri attorno al defunto. Da oggi Elio Toaff riposa vicino alla moglie Lia, al padre Alfredo Sabato e alla madre Alice. E il suo cielo di stelle torna a essere anche il nostro, fra il rio Cigna e Corea.
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