Il Tirreno

Livorno

«Ha sbagliato il capitano», armatore assolto per il naufragio di Vada

di Federico Lazzotti
Silverio e Davide Curcio morti nel naufragio del peschereccio Santa Lucia
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Silverio e Davide Curcio morti nel naufragio del peschereccio Santa Lucia

Livorno, chiuso il processo per la tragedia dell’11 gennaio 2012 dove persero la vita Silverio e Davide Curcio. «Quando si sono incagliati dovevano tagliare le reti»

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LIVORNO. La mattina dell’11 gennaio 2011 è stata una manovra sbagliata del capitano a causare il naufragio del peschereccio Santa Lucia, avvenuto al largo delle secche di Vada e nel quale persero la vita lo stesso comandante, Davide Curcio, 37 anni, e il padre Silverio, 64, proprietario dell’imbarcazione. «Quando il natante si è incagliato invece di dare gas avrebbe dovuto ordinare il taglio dei cavi collegati alle reti». Invece il peschereccio si impennò, perse stabilità per poi ribaltarsi portando a fondo due vite.

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È questa la drammatica verità processuale emersa a distanza di tre anni dalla tragedia e che ieri ha portato il giudice Angelo Perrone ad assolvere con «formula piena» dal reato di omicidio colposo l’unico imputato nell’inchiesta, Agostino Mennella, 50 anni, legale rappresentante della cooperativa Pescatori “Azimut” di cui faceva parte il peschereccio.

Mennella era finito nei guai all’indomani dell’incidente perché - secondo l’accusa - dal piano di sicurezza non emergeva la valutazione del rischio conseguente all’impigliamento dei cavi o divergenti, che invece è stato accertato essere un evento frequente quando si va in mare a pescare a strascico. Dunque - era l’ipotesi iniziale - non erano state emesse procedure operative da adottare per effettuare il disincaglio in sicurezza.

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A scagionare Mennella, che non ha mai perso un’udienza del processo, le consulenze eseguite dagli esperti nominati sia dal pubblico ministero che dalla difesa. Entrambi gli ingegneri sono infatti arrivati i alla medesima conclusione: il piano di sicurezza era sufficienti affinché - seguendolo - si potesse evitare la tragedia. Ecco perché anche il pubblico ministero Giuseppe Rizzo al termine della sua requisitoria ha chiesto l’assoluzione dell’armatore. «Purtroppo - spiega in aula - si è trattato di una condotta grave che da sola è stata sufficiente a innescare un evento al di là del piano della sicurezza. Anche perché la norma di sicurezza deve essere causale all'evento nel caso si debba provare una responsabilità di terzi».

Una tesi che è stata ripercorsa anche del legale dell’imputato, l’avvocato Marco Caradonna. «Il piano sicurezza - spiega- c’era, e nell’allegato c’erano tutte le indicazioni necessarie per l’equipaggio nel caso in cui il peschereccio si incagliasse. Il comandante - va avanti - si doveva rendere conto che l'instabilità dell’imbarcazione poteva portare a un evento simile. Ecco perché è stata la manovra che ha portato alla tragedia». Ora resta il rimpianto perché forse sarebbe bastato tagliare le reti rimaste incagliate per evitare la morte di due persone e la sofferenza dei tanti che li hanno pianti.

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