Gioco
L'anti-eroe che non smise di combattere: "Sognavamo un mondo diverso"
Giuseppe Fusario, 90 anni, racconta senza retorica la lotta per la conquista della libertà: dopo aver liberato la sua città dai nazifascisti riprese il fucile per "completare la Liberazione per i nostri fratelli del Nord"
LIVORNO. «Cosa sarà che ti spinge a picchiare il tuo re / a cercare il giusto dove giustizia non c'è?». Non c'erano Lucio Dalla e Francesco De Gregori a metterti sotto gli occhi quel punto di domanda e chissà se Giuseppe Fusario – poco più che un ragazzo arrivato bambino a Livorno da Foggia perché il padre sarto non aveva più lavoro laggiù – se lo poneva come un interrogativo in quei lunghi mesi sulle montagne con i partigiani. Con il cuore in gola ma anche «con l'idea precisa che eri lì a costruire un futuro migliore, qualcosa di buono per me e non solo per me», come racconta ora.
Chissà se se lo chiedeva, quando ce l'ha fatta a liberare la "sua" Livorno e avrebbe potuto tornarsene a casa («avevo anche un babbo e una sorella in sanatorio») ma poi ha deciso di no: «C'era da rispondere all'appello per andare a liberare i "fratelli del Nord" e, anche se ho visto tanti tirare i remi in barca, ho ripreso in mano pistola e fucile».
E se gli domandi perché ha fatto quel che hanno fatto altri che hanno vissuto quegli anni, anche ora ci gira intorno: si mette a raccontarti gli episodi, quel giorno che i tedeschi presero il tale o di quando liberarono un paesino chissà dove, semmai il clima che si respirava nell'aria e quella «sensazione di fare la cosa giusta».
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Sì, ma avreste potuto dire a voi stessi: il mio l'ho fatto, ora mi metto seduto. E' come se se lo chiedesse anche lui per la prima volta. Già, chi ce l'ha fatto fare di rischiare una fucilata nella schiena? E' come se uno avvertisse piombargli addosso il peso di una delusione che s'infila sotto pelle: pensavamo di cambiare il mondo e invece poi...
In realtà, queste frasi Beppe Fusario non le dice. Invece la prende larga per raccontarla davvero. Come al solito, senza retorica e soprattutto senza mettersi l'aureola del santo liberatore. «Ero al comando Marina a Roma, dattilografo furiere, in mezzo ai pezzi grossi. La caduta del fascismo? Manco me ne sono accorto, il 25 luglio '43 per me è stato un giorno come gli altri: l'ho scoperto più tardi. Così come l'8 settembre: quel giorno non è successo niente che mi possa ricordare, qualche giorno dopo invece ho visto sparire letteralmente lo Stato e venire sotto le nostre finestre una folla che in pratica ci diceva di buttargli qualcosa, lo Stato spariva e tutti eravamo all'arraffa-arraffa».
Cosa accade al diciottenne Giuseppe? «Spariscono tutti, sparisco anch'io. Ma sono da solo e sono in uniforme: non ci vorrebbe niente per riconoscermi come disertore e beccarmi la fucilazione». La solidarietà di quei giorni è una cosa strana: fa incrociare i destini di perfetti sconosciuti, magari mettendo a disposizione quel nulla che ciascuno ha. A Fusario capita con una coppia di anziani: sono tutt'altro che sovversivi antifascisti, anzi sono due arzilli vecchietti monarchici. Però sanno bene che quella divisa addosso è una condanna a morte per Giuseppe: lo adottano per qualche minuto come un figlio extra e «mi regalano l'unica giacca che avevano». Solo che i pantaloni e le scarpe sono ancora quelli di Marina: «Sul treno un ferroviere mi squadra con uno sguardo da babbo e mi dice di non fare il bischero perché con quei pentaloni lì se mi beccano sono guai. Risultato: mi rinchiude nel gabinetto e lo riapre a destinazione».
Il partigiano Giuseppe Fusario non era potuto venire alla festa dell'11 aprile per problemi di salute...ieri gli abbiamo...
Posted by 25 aprile 2015 a Livorno - Festa al Castellaccio nei luoghi partigiani on Venerdì 17 aprile 2015
Ma i fotogrammi di solidarietà si susseguono e Fusario non la smetterebbe più. Ad esempio, con l'anziana contadina che mentre è in corso un rastrellamento sul filobus lo rimpiatta sotto il gonnellone matronale. Ad esempio, con le donne del paese che nel giorno in cui definitivamente sale in montagna per unirsi ai partigiani gli regalano i guanti di lana grezza. Ad esempio, come quando gli amici tirano fuori quei pochi soldi che hanno e glieli danno per permettergli di togliere il padre dalla fossa comune e metterlo in una sepoltura che abbia una dignità.
«Potevi aver freddo e fame, ma quel che ti faceva campare – racconta – era quel senso che fosse a portata di mano una fraternità fra le persone mai sperimentata prima. Del resto, la nostalgia di quel sentire mi è rimasta nel cuore tutta la vita: ero uno di quelli che non giocavano al Totocalcio per non dare valore all’arricchimento personale, anche adesso a 90 anni vivo in affitto».
Anche a un ragazzo di 18 anni ci vuol poco a capire che la destinazione è la montagna: nel senso di darsi alla macchia con i partigiani. «Da solo e disarmato ero praticamente un bersaglio, con un fucile in mano almeno me la giocavo», dice lui. La scelta partigiana nasce così, nella forma più anti-eroica possibile: eppure ora le ricostruzioni degli storici spiegano che questo filone dei disertori è stato tutt'altro che trascurabile nell'alveo delle formazioni combattenti resistenziali.
Fusario è un anti-eroe anche perché dice chiaro e tondo che in testa aveva la consapevolezza d'un ragazzo: «Mi dicevo badogliano semplicemente perché mi sembrava che il re e Badoglio potessero essere un riferimento contro il Duce». Eppure, glielo racconteranno a mezza bocca una infinità di anni più tardi, avevano pensato di fucilare pure lui perché badogliano...
Quei fotogrammi ti inchiodano al fascino degli amarcord ma la cosa più stupefacente è che Fusario non si è ritirato dal mondo, una volta visto che il mondo non aveva preso il verso che aveva immaginato quando aveva ripreso il fucile per completare la liberazione altrui, anche se casa sua l’aveva liberata già. È stato sindacalista Cgil nelle Poste, è stato dirigente di base del Pci («formidabili gli anni di Berlinguer»). Ma non è rimasto a cullare le nostalgie. E anche adesso a 90 anni sli acciacchi non sconfiggono lo spirito ribelle di quegli occhi vispi: perché c’è, come dice, da «costruire una prospettiva». Perché tutto quanto, direbbe Montale, porta scritto “più in là”.
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