Lutto
Tentò di uccidere il vicino: maxicondanna ed espulsione
Livorno, l’uomo dovrà scontare una pena a 7 anni e 4 mesi di reclusione. La notte del 13 agosto 2014 accoltellò un quarantenne livornese
LIVORNO. «L’ultima coltellata l’ho vista partire. Era o terra in mezzo al parcheggio davanti all’ingresso di casa, ma sono sicuro che la lama fosse diretta alla gola. Non mi ha preso nel punto dove aveva mirato solo perché un istante prima ho girato la testa: è stato un gesto istintivo. L’unica certezza che ho è che non volesse darmi una lezione: voleva ammazzarmi per aver trascinato due sedie dentro casa dopo una cena con alcuni amici».
L'intervista alla vittima dopo l'aggressione
È il pomeriggio del 14 agosto dello scorso anno. Alessio Vaccai, 42 anni, una moglie e una figlia, è stato appena dimesso dall’ospedale e racconta nel salotto del suo appartamento in via Lussemburgo 8, quartiere Scopaia, com’è riuscito a scampare alla furia del vicino che la sera precedente aveva cercato di ucciderlo con una quindicina di coltellate. A distanza di meno di nove mesi, l’operaio specializzato della Solvay, ha ripetuto davanti al giudice Ottavio Mosti l’orrore di quella notte: la lite, la trappola, i fendenti.
Il processo a porte chiuse nell’aula al primo piano del Tribunale di Livorno si è concluso con la condanna di Mohcine Sadaoui, 33 anni, a sette anni e quattro mesi di reclusione in abbreviato, l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici, l’espulsione dall’Italia quando avrà terminato di scontare la pena e una provvisionale di risarcimento danni pari a 20.000 euro nei confronti della parte civile.
«È stato lo stesso magistrato - racconta il legale della vittima, l’avvocato Marco Talini - a voler ascoltare nuovamente il mio cliente per capire come si sono svolti i fatti». Troppo poco dettagliata la dichiarazione, finita agli atti dell’inchiesta, che la vittima consegnò agli agenti il mattino seguente l’aggressione in ospedale perché il giudice potesse farsi un’idea delle reali volontà dell’aggressore di origini marocchine che nell’agosto scorso era agli arresti domiciliari nell’appartamento al piano terra della palazzina di via Lussemburgo.
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Anche perché l’avvocato dell’imputato, accusato dal pubblico ministero Daniele Rosa di tentato omicidio, evasione e porto ingiustificato di arma, durante la discussione aveva chiesto la derubricazione del reato in lesioni gravissime. «Si tratta di ferite superficiali», ha spiegato l’avvocato Barbara Luceri.
Una tesi che il perito del giudice non ha sposato visto che le violente coltellate «erano dirette all’addome, alla spalla sinistra e alla testa». E quindi avrebbero - se fossero andate a bersaglio - uccidere. Quello che è avvenuto quella sera nel cuore del quartiere Scopaia lo ha ricostruito il pubblico ministero Daniele Rosa durante la lunga requisitoria al termine della quale il pm aveva chiesto una pena ad 8 anni e mezzo, dodici mesi in più rispetto alla pena decisa dal giudice.
Secondo la Procura, che ha ascoltato diversi testimoni che hanno assistito alla lite che ha poi generato l’aggressione, il movente che ha scatenato la rabbia del trentatreenne sarebbe stata, appunto «una questione condominiale». In particolare i rumori che sarebbero arrivati dal piano superiore dove la famiglia Vaccai aveva organizzato una cena alla quale erano stati invitati quattro adulti e due bambini.
I primi problemi sono cominciati intorno alle 23 quando la moglie dell’operaio ha iniziato a rassettare la casa. «Ho sentito suonare il campanello - ha raccontato anche al giudice Vaccai - ed era la persona che abita al piano terreno che mi chiedeva di far piano. Non riuscivo a capire dal citofono cosa mi volesse dire. Così sono sceso e abbiamo avuto un diverbio. Dopo un minuto ho sentito il campanello suonare di nuovo. A quel punto ero contento, perché quello che era successo mi aveva lasciato l'amaro in bocca. Ma quando sono sceso per le scale e sono arrivato sulla porta ho notato subito una cosa: si era cambiato, prima era a torso nudo, ora indossava le scarpe da tennis e la maglietta. Gli ho detto che non volevo rancori. Lui mi ha chiesto di uscire per non fare confusione. E gli ho risposto che era ai domiciliari e se lo avesse beccato la polizia lo avrebbero arrestato».
È a questo punto che è scattata l'aggressione. «C'è stato un'ulteriore scambio di parole. Io ero davanti a lui e quando mi sono voltato ho visto che metteva la mano dietro la schiena. A quel punto, per scherzare, gli ho detto: “Nè coltelli, nè pistole”. Lui mi ha risposto: “Ok, stai tranquillo, non ho niente”. Ma mentre lo diceva aveva un sorriso strano. È a questo punto che mi ha colpito una prima volta all'addome». E poi altre quattordici volte.
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