Il Tirreno

Livorno

«Ha succhiato tutti i soldi», chiesti 10 anni per “Beppe” Doveri

di Federico Lazzotti
Giuseppe Doveri in aula durante un'udienza
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Giuseppe Doveri in aula durante un'udienza

Livorno, il pm ha parlato per 4 ore nella requisitoria del processo per la bancarotta di Turmar e la presunta frode per la vendita di villa Montebello

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LIVORNO. In quasi quattro ore di requisitoria fatta di accuse, attraverso documenti e testimonianze, il pubblico ministero Luca Masini raramente si lascia andare a qualcosa che esuli dai presunti riscontri emersi durante il dibattimento e dalla lunghissima memoria che tiene in mano e segue pedissequamente come un catenaccio. Ma per due volte, parlando prima di ciò che era, al momento dei fatti, l’imputato Giuseppe “Beppe” Doveri, 67 anni a luglio, e come avrebbe agito durante la commissione dei reati che gli vengono contestati, si lascia andare a una descrizione più colorita.

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«Doveri - dice il pm parlando della facilità con la quale l’imprenditore otteneva finanziamenti presso le banche livornesi per i suoi investimenti - era una celebrità, uno che contava». E sul suo modo di agire rispetto alla Turmar, la società cassaforte fallita di cui era il referente aggiunge: «L’ha spolpata, prosciugata dei beni, succhiando tutti i soldi che c’erano». Ad ascoltare la lunga lista di accuse che vanno dalla bancarotta per 15 milioni di euro alla frode fiscale, in particolare con la presunta vendita fittizia della villa di via Montebello alla figlia, fino alla truffa per l’acquisto dell’isola Carbonera, non c’è l’imputato.

«Meglio che non abbia sentito tutte le accuse che gli venivano mosse», spiegano i legali di Doveri, gli avvocati Massimo Girardi e Davide Lera. Soprattutto dopo le frizioni che di volta in volta si sono verificate tra Doveri e lo stesso pubblico ministero.

Al termine della requisitoria del primo capitolo processuale a carico dell’imprenditore, il pm ha chiesto il massimo della pena: 10 anni di reclusione per la bancarotta fraudolenta, aggravata dalle «varie frodi fiscali», le triangolazione «messe in atto per eludere il fisco» e le truffe. In questo procedimento per il quale il pubblico ministero aveva chiesto e ottenuto il giudizio immediato, era implicato anche il braccio destro di Doveri, Francesco Zullo, 61 anni, che ha però patteggiato dopo l’arresto avvenuto il 29 aprile di tre anni fa.

Oltre ai dieci anni per la bancarotta, il pm ha anche chiesto due mesi e venti giorni di arresto per la detenzione di armi, in particolare una pistola Glock sequestrata nella cassaforte del suo appartamento in piazza Attias e un fucile a pompa marca “Fabarm” rinvenuto e sequestrato sotto il letto dell’abitazione di Sergio Quilici, imputato con Doveri nell’altro procedimento aperto dalla Procura, oltre a varie munizioni detenute all’interno dell’Internationl Camping Etruria di Donoratico di cui Beppe era proprietario.

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