Il giudice li reintegra al lavoro, ma la ditta li mette in “cassa”: beffa per tre carpentieri
Livorno, dopo il licenziamento il giudice ha disposto il loro ritorno ma senza successo, ecco la storia di alcuni dipendenti della Cestaro Rossi che lavora nell’indotto della raffineria Eni di Stagno
LIVORNO. Il giudice Francesca Sbrana nella sentenza depositata la scorso 24 dicembre era stata abbastanza chiara su da farsi: «In accoglimento delle domande di parti ricorrenti - si legge nel dispositivo - annulla il licenziamento intimato il 20 dicembre 2013 e ordina alla parte convenuta di reintegrare i ricorrenti sul posto di lavoro».
Da quel giorno sono passati esattamente tre mesi mezzo, ma nessuno dei tre operai della Cestaro Rossi & C. spa, ditta che si occupa all’interno della raffineria Eni di Stagno di manutenzione meccanica ed elettrica, ha mai più effettuato un giorno di lavoro.
«Invece di reitegrarci come aveva disposto il giudice ci hanno messo in cassa integrazione - dicono in coro Luca Benucci, Luca Sireci e Maurizio Bartelloni - e per di più il 26 di aprile termina anche quella, quindi rimarremo a piedi». Nella corsa per riprendersi il posto nel frattempo hanno perso un collega che ha accettato l’indennizzo con la società e chiuso la battaglia legale.
«Personalmente - spiega Bartelloni - vorrei solo riavere indietro il lavoro che faccio da 26 anni. Invece le nuove regole contrattuali permetto a una ditta di assumere personale esterno al posto dei vecchi dipendenti così possono risparmiare».
Per capire la genesi di un altro piccolo universo lavorativo che rischia di scomparire è necessario leggere la sentenza con la quale il giudice del lavoro ha dato ragione ai quattro dipendenti nei confronti della ditta con sede a Bari e che attraverso i suoi avvocati ha già impugnato la decisione del tribunale di Livorno.
«Il mese dopo il licenziamento collettivo di cui si tratta, furono organizzati corsi per attribuire anche formalmente, attraverso attestati di frequenza (dette qualifiche), corsi ai quali venne invitato a partecipare quasi tutto il personale elettrico e strumentista». In pratica patenti necessarie per effettuare certi tipi di interventi durante il lavoro.
Un dato che spinge il giudice ad arrivare alla conclusione che vi sia stata «alla violazione formale, per mancata specificazione, nella comunicazione legale, dei criteri di scelta cui improntare l’individuazione dei lavoratori in esubero, si è aggiunta altresì la verifica, nel merito, della mancata adesione a criteri di buona fede e correttezza deputati in ogni caso a presiedere la soluzione in forma equilibrata di conflittuali interessi delle parti».
Ecco perché secondo il giudice - nel momento del licenziamento - la Cestaro Rossi che nel dicembre 2013 incorporò la Società impiantistica Traversa, alla luce di questi criteri «la individuazione delle unità in esubero non può esaurirsi nel richiamo generico ed astratto alle esigenze tecnico produttive, senza dar conto della concreta professionalità maturata e del nesso di causalità tra le maturate esigenze aziendali e il profilo professionali ricoperto dal lavoratore licenziato».
Nonostante questa sentenza in cui si sottolinea come «i criteri con i quali sono stati scelti i lavoratori da licenziare non risulta rispondere ai criteri dell’articolo 5», i tre lavoratori non sono stati reintegrati ma solo cassa integrati.
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