Gioco
Contro la crisi funziona anche ritornare alla terra
Boom delle coltivazioni urbane: da passatempo dei pensionati sono diventate un’attività di sussistenza anche per i giovani
LIVORNO. In principio furono gli orti sociali di Salviano (gli stessi per cui il Comune ha appena rinnovato il bando), caso esemplare a livello nazionale e spesso meta di gite “didattiche”: 227 particelle di 32 metri quadri ciascuna messe a bando nel tentativo di evitare l'isolamento della terza età e incentivare la socializzazione degli anziani. Un piccolo spazio verde in città, non proprio tra i palazzi e le vie del centro cittadino, eppure un qualcosa di molto diverso da un appezzamento tradizionale.
Erano i primi anni dello scorso decennio e Livorno vedeva sbocciare il germoglio della più grande crisi che si ricordi, quella industriale. Sono proprio quelli, infatti, gli anni della crisi del cantiere navale e della componentistica auto, due settori che da soli garantivano migliaia di posti di lavoro in quella che era considerata la culla regionale dell'industria.
E sono proprio quelli anche gli anni in cui nascono in città i primi “Gruppi di acquisto solidale”, una realtà ad oggi ben radicata e strutturata sul territorio, all'epoca qualcosa di quasi avveniristico, buono forse per gli ecologisti radicali e gli ideologi dell'ambientalismo: comuni cittadini che si mettono insieme e, riducendo i costi, comprano frutta, verdura, uova e formaggi direttamente dai produttori locali, favorendo così il biologico e il “km zero” e ottenendo in un solo colpo qualità garantita, abbattimento dell'inquinamento e promozione del lavoro locale.
IL RITORNO ALLA TERRA
A ripensarci oggi, che il lavoro non c'è più e che i dati nazionali riferiscono di un ritorno di massa alla terra, forse i due fenomeni non sono così slegati.
Per il “Secondo rapporto nazionale su agromafie e caporalato” diffuso dal sindacato Flai Cgil (che raggruppa i lavoratori del settore agroindustriale), il distretto agricolo della provincia di Livorno è il terzo per importanza regionale: secondo solo a quelli di Firenze e Arezzo. Tra agricoltura, coop rurali, industria di trasformazione alimentare, forestazione ed ortofrutta troverebbero lavoro circa 4.300 persone.
E se l'agricoltura è ormai storia e tradizione nella provincia meridionale, il ritorno alla terra dei livornesi è un fenomeno tutto nuovo: perché da Cecina (compresa) in giù, si sa, è come se si parlasse un'altra lingua: nonostante il Sassicaia e l'Ornellaia – ma anche, più timidamente, il Vermentino – riecheggino ormai in tutto il mondo, i livornesi sembrerebbero non sentirsi minimamente chiamato in causa. Eppure, a sentire i racconti di chi il mondo lo gira per davvero, parole come “portualità” o “manifatturiero” non fanno più rima con Livorno e non hanno più appeal agli occhi di investitori e imprenditori stranieri.
IN TAVOLA LA QUALITÀ
Quello che cattura l'attenzione e gli occhi li fa brillare, ormai, è l'agroalimentare di qualità. Ecco che sono in tanti quelli che vorrebbero una tenuta sulla “Strada del vino e dell'olio” ma che, dati i costi, decidono di rinunciare ai cipressi di Bolgheri e risalire a nord, fino addirittura a Collesalvetti.
Certo, i grandi numeri in agricoltura continuano a farli la Val di Cecina e la Val di Cornia: qui i lavoratori si riversano a centinaia, e per la maggior parte proveniendo da fuori, non solo dalle regioni limitrofe alla Toscana o dal nord Italia ma anche dall'Europa (Romania, Moldavia, Albania) e dagli altri continenti (Marocco, Pakistan, Sri Lanka). I flussi sono continui, da febbraio a ottobre, in avanti e indietro, nonostante le condizioni di lavoro siano spesso precarie e vi sia un largo impiego di manodopera irregolare.
Eppure molto si muove, anche nella città dalla quale dove vive e lavora Cinzia Pagni, eletta nel dicembre 2011 vicepresidente nazionale della Confederazione italiana agricoltori (Cia).
Dopo dieci anni gli orti urbani non sono più solo qualcosa per vecchi: a zappare la terra e innestare le piante agli orti occupati di via Goito sono sopratutto i trentenni, gli stessi che al grido di “cementificazione zero” hanno trasformato in una realtà vivace e molto frequentata un terreno di proprietà della Clc, la cooperativa che dovrebbe costruirci le case.
Poi, sull'altra faccia della luna, gli orti sociali dei preti: è di qualche mese fa la notizia che la diocesi livornese destinerà alle famiglie in difficoltà che ne faranno richiesta alcuni appezzamenti di terra nel quartiere della Leccia, affinché i disoccupati possano trovare sostentamento coltivando frutta e verdura.
AGRICOLTURA FAI-DA-TE
Con la crisi che picchia duro e la perdita di migliaia di posti di lavoro sembra che l'agricoltura fai-da-te possa rappresentare una soluzione, e non necessariamente marginale o temporanea: alla mensa vegana autogestita “RistOrto Polpetta”, ad esempio, il pasto per i disoccupati è gratis, e proprio in virtù del fatto che la materia prima, proveniente dagli orti urbani di via Goito, abbia un costo davvero contenuto (gli occupanti garantiscono di non usare pesticidi e fertilizzanti chimici, ma va detto che nessuna bonifica è stata fatta, ad oggi, su quei terreni la cui destinazione, peraltro, non è mai stata agricola).
Orti sociali, urbani, autogestiti: in qualunque modo li si voglia chiamare godono di buonissima salute e proliferano nelle forme più svariate. Da segnalare anche “Orto in condotta”, il progetto nato nel maggio del 2011 per volontà del Comune e della Provincia di Livorno che l'agricoltura la porta direttamente in classe: in collaborazione con il Cred (Centro risorse educative e didattiche del Comune di Livorno) e Slow Food, le istituzioni cercano di promuovere e sviluppare l'educazione alimentare e ambientale dei bambini, formando le giovani menti al “buono, pulito e giusto”. Ovviamente, partendo dalla terra.
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