Gioco
«Hanno lasciato morire Marco senza soccorsi»
I genitori di Massidda, morto in Brasile a 28 anni, chiedono giustizia A due anni e mezzo dal decesso il caso è ancora pieno di perché senza risposta
LIVORNO. C’è un buco nero di sei ore che da due anni e mezzo tormenta due genitori che non riescono - e come potrebbero - a farsi una ragione della morte del loro unico figlio, Marco Massidda, deceduto a 28 anni nella capitale brasiliana del divertimento, Fortaleza. All’una di notte del 2 novembre del 2012 il giovane s’è sentito male, ma i soccorritori sono entrati nella sua stanza alle 7, quando ormai non c’era più niente da fare. Una morte ancora avvolta nel mistero e su cui, per ora, nessuno riesce a fare chiarezza sino in fondo. Una morte inaccettabile, racchiusa nei freddi verbali della polizia brasiliana, pieni di contraddizioni e di anomalie, nella ricostruzione dei fatti che emerge dalle testimonianze. Punti interrogativi che non fanno altro che accrescere l’angoscia di chi, oggi a Livorno, dopo due anni e mezzo, piange la vita di un giovane, pieno di progetti, interrotta in una camera di albergo.
«C’è stata omissione di soccorso». I suoi genitori Donatella Eliseo, impiegata dell’Asl 6, e suo marito Francesco Massidda, che lavora in Provincia, non si arrendono e chiedono giustizia: «Vogliamo capire esattamente cosa sia accaduto quella notte e perché nostro figlio non ha ricevuto la necessaria assistenza sanitaria. L’hanno fatto morire senza soccorsi: noi questo non lo possiamo accettare. E non accettiamo che oggi, a distanza di quasi tre anni, non ci sia ancora chiarezza sullo stato delle indagini». Donatella e Francesco sanno esattamente di cosa parlano: appena appresa la notizia della morte del loro figlio, sono a andati a Fortaleza per rendersi conto di persona della situazione, e in questi anni sono rimasti sempre a contatto, pur tra mille difficoltà, a partire dalla lingua fino alle diverse leggi e alla differente cultura del posto, dell’ambasciata e del consolato italiani in Brasile.
Quelle ore al buio. È il due novembre del 2012 quando Marco Massidda muore nella camera di una pousada a Praia de Iracema. Intorno all’1 si sente male e comincia a bussare alla porta della sua camera, ma nessuno interviene. La serratura è chiusa chiave da dentro, lui si lamenta, ma le sue grida cadono nel vuoto. Le ascolta una vicina di stanza, una ragazza con cui lui ha scambiato qualche parola nel corso della sua permanenza a Iracema. La donna chiede aiuto all’hotel, ma non ottiene nulla. Il portiere dell’albergo, come emerge dai verbali della polizia locale, dice di non avere la seconda chiave. Alle 3 dall’hotel viene chiamata un’ambulanza; i soccorritori arrivano ma poi vanno via senza entrare nella stanza. Marco sta ancora male. E il trambusto nella camera continua. Si sentono oggetti cadere dagli armadi, come se qualcuno stesse discutendo o forse è lo stesso giovane che si agita per il malore e perché non riesce ad aprire la porta. Alle 6.30 c’è una nuova chiamata ai soccorritori da parte dell’hotel. L’ambulanza arriva alle 7.30: Marco giace senza vita per terra, accanto al suo letto. A nulla vale il tentativo di rianimarlo. Sono le 8.45 quando sul posto arrivano gli agenti della polizia che fanno un primo sopralluogo. Ma come è possibile che nessuno, per tutta la notte, abbia aperto la porta della stanza di Marco? «Il portiere ha dichiarato alla polizia che non poteva entrare in camera per non violare la privacy di Marco: ma stiamo scherzando? Mio figlio è morto e c’è chi parla di privacy...», dice sconvolta la madre. Dai verbali della polizia vengono fuori mille verità e versioni diverse dei atti. Da un lato c’è il portiere si giustifica dicendo che non aveva le chiavi e che aveva dovuto aspettare la mattina per avere il passepartout, e aggiunge che gli stessi soccorritori, nel corso del primo intervento, erano voluti andare via. Dall’altro lato, gli operatori dell’ambulanza ribaltano la versione dicendo che sarebbe stato invece lo stesso portiere a non voler aprire la porta. Discordanze che non aiutano le indagini e che gettano Donatella e Francesco in uno sconforto totale.
L’autopsia e il giallo del referto
Dopo qualche giorno dal decesso del giovane, in Brasile viene effettuato l’esame autoptico che porta alla luce che Marco quella sera aveva assunto della cocaina. Ma il risultato dell’autopsia non fa riferimento a overdose. «Ancora oggi noi non siamo in grado di darci una risposta - dice la mamma Donatella - Siamo consapevoli che nostro figlio quella sera aveva assunto delle sostanze stupefacenti, ma non in quantità tale da morire così. E in ogni caso doveva essere soccorso». I coniugi Massidda hanno un documento che parla dell’esito dell’esame sul corpo del figlio, ma non hanno il referto ufficiale dell’autopsia. «L’unica cosa che sappiamo è che Marco sarebbe morto per una “intossicazione esogena da cocaina”. Il funzionario del consolato che ci sta seguendo e aiutando, lo ha chiesto ufficialmente alla medicina legale del posto - spiega il babbo Francesco - ma non glielo hanno mai dato. E noi siamo al buio».
In camera Marco era solo? È una delle domande che maggiormente tormenta i genitori del giovane morto. «Sugli orari c’è tanta confusione e anche sulla dinamica dei fatti. Ma noi abbiamo il sospetto che nostro figlio in camera non fosse solo, che qualcuno possa averlo aggredito e gli abbia impedito di aprire la porta - dice la madre - Io conosco bene mio figlio: avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvarsi se si fosse sentito male: sono cose che solo le mamme possono sentire. Non si sarebbe mai arreso a se stesso, quella porta l’avrebbe sfondata. Era così attaccato alla vita...».
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