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L’ex dirigente assolto dalla corruzione: «Innocente, nessuno ha guardato le carte»
Livorno, parla Paolo Domenici: dal 2010 mi sono recluso in casa a studiare documenti per dimostrare la mia moralità, mi spiace per la mia famiglia
LIVORNO. Dalle lacrime in aula ai sassolini da togliersi da una scarpa stretta indossata per cinque anni. Paolo Domenici, 75 anni da compiere il prossimo ottobre, ha scelto di parlare cinque ore dopo la lettura della sentenza che lo ha assolto dalle accuse di usura, falso in atto pubblico e corruzione, in una saletta del Grande Hotel Palazzo, circondato dai suoi avvocati e protetto dai familiari.
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Al di là della finestra i lampioni modello “Livorno” che lo ha hanno inguaiato facendo nascere sospetti, veleni, invidie e l’inchiesta della Procura. «Questa chiacchierata - esordisce - l’avrei fatta a prescindere dal risultato del processo. Avevo bisogno di spiegarmi, perché negli ultimi anni tutti hanno detto la loro e io no. Ma ho parlato con testi e documenti, analizzando le carte dell'accusa».
La sua deposizione in aula è durata 10 ore divisa lungo tre udienze: una specie di record. È attraverso quel racconto che pensa di aver dimostrato ai giudici la sua innocenza?
«Devo dire che un po’ mi ci hanno tenuto. In ogni caso la verità sta in questa sentenza. Il resto me lo tengo per me. Posso solo dire che con questa inchiesta e questo processo mi sono stati sottratti anni di vita e non sono certo stato in villeggiatura. Allora ero membro del consiglio di amministrazione di Porta Medicea e Porta a Mare. Mi sono dimesso da tutto per non creare problemi e poi recluso in casa con le carte processuali per studiare, capire e dimostrare la mia innocenza».
Questa storia non ha fatto male solo a lei.
«È vero non ha fatto tanto male a me, ma alla mia famiglia. Ma gli effetti collaterali di storie come queste spesso non si vedono. Ecco perché oggi oltre a togliermi un bel peso dallo stomaco mi sento di ringraziare sia i miei avvocati che i miei parenti».
Diceva che negli ultimi cinque anni ha vissuto da recluso.
«La mia vita è stata scandita dalla lettura dei documenti, ho letto tutto quello che si poteva leggere. So ogni carta a memoria. Quando mi hanno arrestato e sequestrato il pc scrivevo su fogli di carta in stampatello».
Si ricorda il giorno in cui la finanza ha suonato alla sua porta?
«Certo. E mi ricordo soprattutto il momento in cui ho letto le accuse che mi venivano mosse dagli inquirenti. Il capo dei finanzieri quando mi mostrò l'atto trasecolai, percepì subito l’errore e dissi che c'era un equivoco. Mi rispose: non lo potevano sapere, le cose cambiano. Ma io ho dovuto aspettare 5 anni per vedere dimostrata la mia innocenza. Eppure le carte gli investigatori le hanno sempre avute in mano. All’indomani dell’arresto siamo stati noi a portare in Procura 10 anni di conti correnti della mia famiglia da cui non è emersa mai un'operazione anomala».
Lei era accusato di essersi lasciato corrompere con 110mila euro depositati sul conto di suo padre dall’imprenditore Piero Lorenzini.
«Bastava leggere le carte per vedere che era un’operazione lecita. Quei documenti li ho dati ai finanzieri. Loro hanno indagato in entrata ma non in uscita, altrimenti avrebbero visto che c’era un preliminare di vendita per un immobile e che le operazioni successive erano lecite. Tanto che quei soldi sono stati divisi tra me e mia sorella».
Le lettere anonime che hanno dato il via all’indagine sono state probabilmente inviata dal Comune. Che idea si è fatto di come siano nate?
«Posso avere scontentato qualcuno? Forse. Ogni anno in Comune come dirigente si distribuiscono denari e promozione. Io sono andato in pensione il primo novembre 2007. Ero dirigente lavori pubblici e responsabile della messa in sicurezza dello stadio che in quel periodo rischiava di chiudere. Mi chiesero di occuparmene privatamente e feci l'offerta più bassa. Forse anche in quel caso ho attirato le invidie di qualcuno».
Mentre era ai domiciliari è morto suo padre...
«Mi diedero un’ora di tempo per vegliare la salma e il permesso di andare al funerale».
Il suo avvocato prima della sentenza ha detto che se l’avessero condannata avrebbe lasciato la toga tanto era sicuro della sua innocenza. Ma lei ha mai avuto paura di non farcela?
«Sapevo che la verità doveva venire a galla. E quel giorno è arrivato. Ma resta l’atroce sofferenza subita per uno che per 40 anni ha sempre perseguito l’interesse dell’amministrazione».
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