Gioco
Pd, sul rebus candidati l’incognita di Piombino E i civatiani vanno via
Domani doppia riunione della direzione nelle due federazioni L’area filo-Ceccantini lascia il partito con una lettera di fuoco
LIVORNO. Tira aria di bufera sul Pd livornese: e stavolta la tempesta viene da tre direzioni contemporaneamente.
Da un lato, le mai sopite tensioni in sede locale: si scopre l’acqua calda a individuarle nell’elezione di Federico Bellandi (filo-Bacci) alla segreteria comunale in virtù dell’accordo con l’area Bolognesi al ballottaggio, col forte mugugno di una parte degli ex Pds che avevano votato per Sonia Filippi (in vantaggio nel primo round delle primarie, quello anche con i non iscritti).
Dall’altro, il mal di pancia di un vasto arcipelago della sinistra che giudica il “renzismo” sbilanciato verso i centristi e cerca di aggregarsi, magari intorno al leader Fiom Landini: chissà se è catalogabile in questo magma la lettera di dimissioni di un folto gruppo di filo-Civati.
Ma c’è anche un terzo fronte incandescente: riguarda le ripercussioni che potrebbe avere quanto decide la federazione di Piombino. Non è un segreto che nell’ultima riunione di domani potrebbe esser impallinato (o comunque ritirarsi) il consigliere regionale uscente Matteo Tortolini e la papabile per prenderne il posto potrebbe essere una donna. Cosa c’entra Livorno? C’entra eccome: siccome la lista è unica ed è composta in tandem da Livorno e da Piombino, in nome dell’obbligo dell’alternanza uomo-donna se Piombino dovessere sostituire una candidatura maschile con una femminile, giocoforza Livorno dovrebbe sacrificare una donna e far passare un uomo. Ma chi? E soprattutto perché? Già, perché – è opinione diffusa al quartier generale livornese – per risolvere gli equilibri interni a Piombino, Livorno dovrebbe vedersi scompaginare le carte?
Dev’esser per questo motivo che il Pd livornese ha fissato la riunione della direzione esattamente alla stessa ora di quella in agenda nel Pd piombinese. Sta di fatto che casomai toccherebbe al Pd regionale intervenire. E di nuovo l’interrogativo: perché piegarsi a esigenze tutte piombinesi?
Come se non bastasse, il tam tam in casa dem sussurra che Michela Cecchi, rosignanese sì ma con forti legami a Piombino, potrebbe fare ticket con l’ex sindaco piombinese Anselmi portando alla Val di Cornia in dote un fiume di voti dell’area Cecina-Rosignano.
In effetti, benché i numeri vengano ufficializzati sono nella direzione di domani, si sa che Anselmi ha portato circa 400 firme (incluse quelle di gran parte dei dirigenti del Pd piombinese), più di quante ne avrebbero totalizzate le altre due che hanno raccolto adesioni (Carla Maestrini è arrivata a quota 200 e Giuzio 150).
Ci sono, insomma, tutti gli indizi per far pensare che, oltretutto senza un competitore come Tortolini a sottrargli i voti, Anselmi possa fare il pienone. E dunque poter poi fare la voce grossa nel dopo-voto.
Basta dir questo per capire che la mossa piombinese, sulla quale potrebbe aver influito anche il sottosegretario Silvia Velo, non è affatto secondaria per Livorno. O la federazione di via Donnini riesce ad arginarla magari con qualche contromossa, o rischia di innescarsi un effetto domino che all’ombra dei Quattro Mori potrebbe rimettere in moto ben altro che una semplice casella del puzzle.
Intanto, dicevamo, un nutrito gruppo di esponenti civatiani si è dimesso ora da tutti gli «organismi in cui siamo stati eletti nell’ultimo congresso territoriale» e annuncia già che «non non rinnoveremo l’iscrizione al Pd»: insieme al leader civatiano labronico Antonio Ceccantini e all’ex candidata alle primarie Oriana Rossi, si tratta di Marco Di Bisceglie, Alessandra Calcagno, Andrea Colli, Giuseppe Sansò, Elena Betti, Fabio Bernardini, Carlo Santucci e Ilaria Porciani. Se ne vanno rivendicando di aver contribuito a fondare il Pd nel 2007 ma – si rileva – «nel corso degli anni ci siamo imbattuti costantemente in una resistenza dell'apparato politico del partito impermeabile a qualsiasi critica e cambiamento».
I firmatari della lettera «a un partito mai nato» ribadiscono che negli ultimi mesi hanno assistito «ad un'ulteriore involuzione del Partito democratico, ridotto ormai ad un vero e proprio comitato elettorale che ha volutamente dimenticato le radici "uliviste" che avevano contribuito in modo determinante alla sua nascita».
E se «gran parte della vecchia classe dirigente è passata con armi e bagagli sul "carro renziano"» e ha trovato «ampi spazi politici», capita invece – si afferma – che «ogni forma di dissenso sulle scelte governative viene vista con fastidio, impedendo, di fatto, un serio e costruttivo confronto negli organismi di partito ed istituzionali competenti».
Dito puntato contro le scelte a livello nazionale: via libera «a colpi di fiducia», a legge di stabilità, Sblocca Italia, Jobs Act e riforma costituzionale (senza «nessun vantaggio concreto ai cittadini», semmai con minor controllo degli elettori» sul governo»). Ma è anche in sede locale che emerge il malcontento: a cominciare dalla scelta di non partecipare, per protesta, alle primarie per il segretario comunale (è stata dimostrata «per l'ennesima volta l'inamovibilità del sistema fondato su puri tatticismi di potere»). Senza contare che i cittadini – affermano – hanno dimostrato il loro dissenso per questo Pd sia alle elezioni comunali sia alle ultime primarie («stante la scarsissima affluenza al voto»).
Mauro Zucchelli
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